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Mini guida fotografica |
Esistono probabilmente migliaia di guide che cercano di insegnare a fare
buone foto. Alcune sono veri e propri corsi, che partono dall'ABC della tecnica
fotografica. Altre sono specializzate per questo o quel ramo della fotografia.
Le moderne macchine digitali, anche le compatte, includono poi una serie di
sofisticate funzioni che eccedono di molto il tempo che il loro normale utente
può o vuole dedicare a studiarle e sperimentarle. Forse però sono sufficienti solo alcuni semplici consigli, dettati
dall'esperienza e calati nella realtà della tecnologia fotografica di oggi
(autunno 2007) per ottenere foto tecnicamente
buone. Ci proviamo anche su Musica & Memoria.
Prima di arrivare ai consigli
facciamo il punto
su:
Gli strumenti per fotografare / L'uso che si farà delle immagini / La visione dell'occhio umano
Poi passiamo ad alcuni approfondimenti:
Il ritratto / La notte / Il flash / La luce / Il tempo / La post-produzione / La bella foto
Vedi anche: Macchine fotografiche su eBay, Gli acquisti su eBay
Per catturare le immagini i fotografi di oggi hanno a disposizione escludendo
soltanto apparecchi di uso esclusivamente professionale, e in scala discendente
di qualità: (A) apparecchi fotografici analogici di medio formato (120, 6x6 o
4.5x6) (B1) apparecchi analogici reflex autofocus a obbiettivo
intercambiabile formato standard 35mm (B2) apparecchi digitali reflex a
obbiettivo intercambiabile (C1) apparecchi digitali reflex o evoluti a ottica
fissa (C2) apparecchi digitali compatti ad elevata
risoluzione (> 7Mpixel) (D) apparecchi analogici compatti a ottica non
intercambiabile zoom 35 mm (E) apparecchi digitali compatti economici (F)
Telefonini con fotocamera a media risoluzione (>3Mpixel).
Gli apparecchi di tipo (A) sono i più complicati da utilizzare, sono
normalmente manuali o solo parzialmente automatici, ma supponiamo che chi li ha
e li usa non ha bisogno di consigli (almeno speriamo).
Tutti gli altri sono automatici sia per l'esposizione sia per la messa a fuoco,
e normalmente includono anche un flash per foto a distanza ravvicinata in luce
scarsa.
L'efficacia degli automatismi è variabile, è massima per i B2 (reflex
digitali) e minima per i telefonini, ma in tutti i casi è molto ridotta
l'esigenza di conoscere la tecnica fotografica di base. Tutti quei corsi che
partono dalla valutazione delle condizioni di luce e dalla correzioni
dell'esposizione sono culturalmente interessanti, ma quasi superflui (almeno per
la gran parte delle possibili foto) per il possessore di una moderna macchina
digitale.
(Per fotografare invece con le macchine manuali vintage come quella della
foto avevamo pubblicato a suo tempo una
mini guida)
Quando si fotografa bisognerebbe avere sempre in mente l'uso che si farà
delle immagini e con quale mezzo saranno presentate. A chi saranno indirizzate,
su quali supporti saranno riprodotte, da quale distanza saranno guardate. La
scelta tecnologica (esempio digitale versus analogico) influenza la
presentazione, ma non in modo obbligato.
Nell'era digitale possiamo pensare che le foto potranno essere:
stampate tutte su carta in medio / piccolo formato (12x18 normalmente)
stampate su carta, dopo selezione, in formato a scelta (normalmente 12x18 o 18x24) su una stampante propria o presso un laboratorio
visualizzate su PC (quindi su schermo da 14" a 19")
visualizzate su televisore (quindi su schermo più grande, da 29" in su)
visualizzate in Internet (normalmente mai più ampie di 1280x760 punti)
stampate in formato poster (30x40, 50x60 o 70x100) e appese come quadri
visualizzate su schermo con un proiettore per diapositive (schermo 150x200 o superiori)
La presentazione di tipo 1 è la più comune ed è standard per il formato
35mm, anche perché ormai ha costo piuttosto basso. Nulla vieta però di
applicarla anche alle immagini catturate con una digitale. La presentazione in
grande formato (6 o 7) richiede immagini di grande qualità, quindi è possibile
solo utilizzando apparecchi di classe (A) o (B) nella scala indicata sopra
(almeno all'attuale stadio di avanzamento della tecnologia).
La presentazione con diapositive (analogiche) prevede una scelta già a livello
di ripresa (la pellicola è diversa dalla negativa standard), è estremamente
efficace e affascinante, anche se impegnativa, in campo digitale potrebbe essere
realizzata per mezzo di un proiettore video di buona qualità (per home cinema).
Le stampe potranno poi avere diverse ulteriori presentazioni: lasciate libere e sfogliate disordinatamente (la meno efficace), inserite in albumini (così così), montate in album di medio o grande formato (molto efficace), montate a parete con cornici a giorno o tradizionali.
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Da questa sintetica rassegna discendono già alcuni primi consigli |
1. Attenzione alle foto verticali. Il formato verticale (o portrait, ritratto) come si vede è utilizzabile in modo pienamente efficace solo se le foto sono inseriti in album o appese a muro. Quando le immagini sono visualizzate su PC, su uno schermo TV, inserite in una presentazione Internet, o in una presentazione su diapositive, devono essere sempre orizzontali. Ricordarsene al momento della ripresa.
2. Distanza del soggetto. Se la immagine sarà visualizzata da una certa distanza (es. da TV o su uno schermo PC, ma anche per poster) bisogna privilegiare i primi piani. E' la stessa tecnica usata da sempre dai registi TV e che caratterizza le produzioni televisive rispetto a quelle per il cinema (grande schermo versus piccolo schermo). Il consiglio è di evitare il più possibile le foto con soggetti piccoli (es. la coppietta in posa davanti al Colosseo).
3. Scelta della catena ripresa-presentazione appropriata. E' possibile, senza particolari vincoli, il passaggio da analogico a digitale e viceversa. Ad esempio si può chiedere direttamente al laboratorio di sviluppo il trasferimento su CD della pellicola analogica. Oppure si possono copiare in una pen-drive o su CD le foto della macchinetta digitale e poi portarle ad un laboratorio e farle stampare tutte. Per minimizzare tempi e costi conviene però scegliere la strada più semplice: per le foto ricordo stampate, da toccare, apprezzate dai nonni e attaccabili con le puntine da disegno sulla lavagna di sughero forse conviene usare direttamente la classica compatta 35 mm.
Spesso quando riprendiamo le foto dal laboratorio
rimaniamo delusi. Ci aspettavamo una foto splendida di quel romantico tramonto,
o di quel paesaggio, e invece ci troviamo tra le mani una immagine che ne è solo
un pallido riflesso, e comunque non risponde ai canoni estetici che avevamo come
riferimento.
Il motivo della delusione è uno solo: la perfezione del nostro sistema di visione. Che non è composto solo dall'occhio, ma anche dal cervello che elabora in tempo reale le immagini e le trasmette alla nostra memoria. Il nostro sistema di visione è di gran lunga superiore a qualsiasi apparecchio fotografico, anche tra i più recenti. Nessuna sorpresa che i risultati a volte non siano all'altezza. Vediamo le features di noi umani (diversi animali peraltro ci superano, e anche di molto):
Luminosità L'occhio ha una luminosità pari convenzionalmente a uno; un ottimo obbiettivo fotografico per reflex 35 mm ha normalmente luminosità pari alla metà (1/2 o f:2). Le macchine compatte sono solitamente a 1/4, gli zoom delle compatte arrivano anche a 1/6. Solo pochissimi obbiettivi di grande qualità sono arrivati vicini al visus umano (f:1,2 Leica Noctilux, Nikkor, Canon e altri). Il risultato è che in condizioni di luce scarsa noi continuiamo a vedere e percepire le immagini, mentre gli apparecchi fotografici, le pellicole o i sensori CCD possono trovarsi in difficoltà, a vari livelli.
Contrasto Il sistema di visione umano, anche grazie alla possibilità di spostare l'attenzione su parti diverse del campo visivo, riesce a percepire i dettagli di immagini anche con contrasto molto elevato. Il contrasto è la differenza di intensità luminosa tra la parte meno illuminata e quella più illuminata nel campo visivo o nell'immagine. Se pensiamo ad un torrente di montagna d'estate a mezzogiorno, tra la parte più scura (per esempio l'ombra dietro un albero) e quella più chiara (ad esempio un sasso chiaro in pieno sole) la differenza è così elevata che nessuna pellicola fotografica o CCD digitale può registrare correttamente entrambe le zone. Il sistema di visione umano è in grado invece di percepire ancora i dettagli sia nell'area scura sia nell'aria chiara.
Zoom L'occhio umano passa da grandangolare estremo a zoom molto pronunciato. Se ci facciamo caso, riusciamo a percepire oggetti fin quasi al nostro lato, quindi il campo di visione dei nostri occhi (che peraltro sono due) è quasi di 180°. Aiutandoci con altri sensi (l'udito) riusciamo a percepire anche oltre. Eredità del nostro lontano passato di prede, probabilmente. Il nostro passato di cacciatori ci ha invece lasciato la possibilità di vedere soggetti a distanza, con una visione assimilabile a quella di un tele intorno ai 200 mm per il formato 135 (12°). Qui la tecnologia ha aiutato l'uomo, sin dai tempi di Galileo, consentendo di andare oltre con telescopi e binocoli. Il normale binocolo 8x30 corrisponde a un 400 mm (6°) e ovviamente all'interno della visione ingrandita è consentito all'occhio di andare ancora in dettaglio nei particolari. Sul lato teleobbiettivo quindi un apparecchio fotografico può dare qualcosa di più rispetto all'occhio umano. Mentre sul lato grandangolo solo pochi obbiettivi estremi (18-20mm) possono avvicinarsi ad esso.
Linee cadenti Se guardiamo da sotto in su la facciata della chiesa di Trinità dei Monti percepiamo una costruzione molto alta, con due torri di forma rettangolare, anche se per effetto della prospettiva dovremmo vedere in realtà dei trapezi prossimi a due piramidi. Il nostro cervello però sa che si tratta di costruzioni rettangolari e quindi corregge automaticamente l'effetto prospettico. Per qualche motivo misterioso la stessa correzione non avviene se l'immagine è trasferita su un foglio di carta, sotto forma di immagine fotografica. La foto che abbiamo fatto al celebre monumento sarà quindi deludente, vedremo una costruzione che sembra inclinata all'indietro, irreale.
Deformazione grandangolare Anche gli occhi, quando abbracciano una immagine ampia (per esempio osservando una grande stanza) introducono una distorsione cosiddetta "a barilotto" (le pareti laterali che dovrebbero essere rettilinee diventano curve). Il motivo è che anche l'occhio è costruito sostanzialmente come un obiettivo fotografico. Anche qui però interviene il cervello che sa che i muri sono verticali e ortogonali al piano, e introduce una correzione, che sparisce poi quando osserviamo l'immagine fotografica, e notiamo la ben nota deformazione a grandangolare (che è diventata però anche un effetto estetico ormai acquisito).
Orizzonte Altra correzione automatica operata dal cervello è l'allineamento dell'orizzonte. Se osserviamo il mare con il capo inclinato lo vediamo, ovviamente, inclinato. Però lo percepiamo sempre come piatto e perfettamente orizzontale. Se facciamo una foto rimanendo con il capo inclinato ne verrà fuori una foto "storta". Anche in questo caso la correzione non funziona, essendo l'immagine stampata delimitata da un rettangolo definito.
Il tipo di foto sicuramente
più difficile tra tutti
è il ritratto. Tutti vi si cimentano, ma raramente la persona ritratta,
soprattutto se di sesso femminile, sarà soddisfatta del risultato. Qui non
c'entra tanto il cervello e le sue correzioni, quanto il fatto che con un'altra
persona noi interagiamo mediante immagini in movimento e suoni, il ritratto
equivale in questo senso ad un fermo immagine. Come sappiamo (basta usare il
fermo immagine guardando un film) quando blocchiamo il film su un fotogramma la
nostra attrice preferita potrebbe essere fermata su una posizione nella quale
appare ancora più bella, oppure (più di frequente) mostrare una smorfia o un
lato meno gradevole che, nel movimento del
film, non avevamo neanche notato.
La stessa cosa avviene quando fotografiamo la nostra compagna o comunque una persona della quale volevamo dare l'immagine migliore possibile. Ed il fenomeno è tanto più evidente quanto più la persona ritratta è distante da "una modella", nel senso che non segue naturalmente e istintivamente quegli accorgimenti che rendono la sua immagine migliore (evitare smorfie, non strizzare gli occhi o storcere la bocca e così via). E' per questo che alcune persone "vengono sempre bene in foto" e altre no. Il fotografo c'entra sino a un certo punto.
Le strade per arrivare ad un ritratto valido sono quelle già tracciate da decenni dai fotografi, e sono soltanto due:
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il ritratto studiato: seguendo la lezione dei pittori, bisogna curare la luce, la inquadratura, individuare la posizione migliore in base alle caratteristiche del viso, l'ambientazione e così via; occorre tempo, esperienza e un soggetto partecipe; |
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il film per immagini: molto più semplicemente si può sfruttare la tecnologia e sparare sul soggetto una raffica di foto; non a un soggetto immobile però, a un soggetto che si muove, balla, canta o comunque si mostra in modo sempre diverso. |
Nel secondo caso, esattamente come in un film, si potranno individuare tra le decine o centinaia di immagini quelle in cui il soggetto si è mostrato al meglio, senza difetti. Un approccio casuale e a tentativi, che è però quello seguito normalmente dai fotografi sportivi e di cronaca, e dal quale derivano buona parte delle immagini più famose che vediamo nel mondo dell'informazione.
Però in tutti i casi, per un ritratto presentabile occorre curare i dettagli:
make-up (trucco, pettinatura): deve essere curato e pressoché perfetto, per le donne è anzi opportuno che sia più marcato che non nella vita comune, le piccole carenze che il trucco nasconde sono più evidenti;
micro-difetti ogni difetto momentaneo (ad esempio il classico brufoletto) sarà fatalmente evidenziato e fissato per sempre; nella foto digitale non è difficile eliminarli in post-produzione, però è meglio evitarli, fotografando l'altro lato o coprendoli; molti fotografi per prevenire questi problemi riducevano la nitidezza dell'obbiettivo con vari sistemi, anche mettendo una calza di seta molto trasparente davanti all'obbiettivo; nell'era della fotografia digitale si può anche in questo caso ridurre leggermente la nitidezza in post produzione;
abiti devono essere in ordine e corretti; un colletto fuori posto, una piega di troppo (a meno che non siano voluti) distolgono l'attenzione dal soggetto;
sfondo deve essere curato quanto il soggetto; uno sfondo non appropriato o con elementi incongrui attira l'attenzione e la sposta dal soggetto ritratto; molti fotografi da ritratto utilizzano infatti sfondi perfettamente bianchi o a tinta unita, oppure ricorrono al trucco della sfocatura dello sfondo (vedi dopo); è l'elemento più importante e che caratterizza maggiormente un ritratto professionale;
obbiettivo deve essere un medio teleobbiettivo (80-100 mm sul formato 135, intorno ai 20-25 gradi); un obbiettivo normale o peggio un medio grandangolare introducono una deformazione prospettica (aumentano la distanza apparente tra la punta del naso e gli occhi), in una parola, fanno diventare il naso un po' più grande; all'opposto un tele più spinto "schiaccia" il viso facendolo sembrare piatto;
luminosità dell'obbiettivo un medio tele con buona luminosità, usato a tutta apertura consente di sfocare lo sfondo (è un effetto ottico che riguarda sia la foto digitale sia quella analogica); in questo modo nella foto in esterni si elimina ogni problema di sfondo e il ritratto sarà migliore nel 100% dei casi; per questo il tipico obbiettivo da ritratto e l'85mm f:2; purtroppo gli obbiettivi zoom della macchine moderne, e ancor più quelli delle compatte, non hanno questo tipo di prestazioni.
Come si vede da queste brevi note, il ritratto è effettivamente il genere più difficile (anche perché il soggetto, a differenza di un paesaggio o di un monumento, può protestare) e richiederebbe un trattato a parte.
Come abbiamo visto in precedenza l'occhio umano, pur
se inferiore, e di molto, a quello di un felino, è in grado di vedere bene anche
in condizioni di scarsa luminosità, quindi in interni poco illuminati o di
notte. Per questo motivo tendiamo ottimisticamente a dimenticare che le macchine
fotografiche non hanno le stesse prestazioni e tentiamo di catturare immagini
anche in condizioni di luce scarsa. Immagini che sistematicamente saranno
inferiori alle attese.
La fotografia in queste condizioni richiede infatti una abilità e una attenzione
particolare, anche con apparecchi automatici e digitali, prove preventive ed
esperienza. Con gli apparecchi ad elevato livello di automatismo bisognerà, come
minimo, perdere il tempo necessario a studiare le numerose funzionalità
disponibili, e poi provarle in condizioni di tranquillità, prima della sera in
cui immortalare il primo e irripetibile compleanno del figlioletto, tentando di
catturare l'atmosfera della luce ambiente.
Per prima cosa è necessario decidere che tipo di foto si vuole fare: se si vuole catturare l'atmosfera dell'ambiente a luce scarsa o se quello che importa è comunque il soggetto. Nel secondo caso la soluzione è ben nota, è il flash, e se lo useremo bene il soggetto sarà ben leggibile, mentre l'atmosfera del locale a lume di candela che lo circondava andrà persa.
Più difficile la prima opzione, soprattutto se i
soggetti sono persone. Occorre ricordare che i sistemi per superare le
limitazioni dello strumento sono soltanto due (+1): allungamento dei tempi di
posa o ricorso alla tecnologia, attraverso la intensificazione della sensibilità (della pellicola o del CDD). Il terzo
è il ricorso a obbiettivi molto luminosi (e molto costosi) opzione possibile
solo con macchine reflex ad ottica intercambiabile.
Utilizzare tempi di posa lunghi è il sistema che preserva maggiormente le
caratteristiche notturne dell'immagine. Durante il tempo necessario perchè la
scarsa luce impressioni la pellicola o il CCD si possono però spostare sia il
soggetto sia la macchina fotografica, la foto verrà mossa, un difetto a cui non
c'è rimedio neanche nel magico mondo digitale.
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I tempi lunghi |
Quello che dobbiamo fare, al minimo, è tenere ferma la macchina fotografica. Il sistema più semplice è utilizzare un cavalletto e scattare senza toccare l'apparecchio. Come si fa? Con le macchine analogiche tradizionali esisteva lo scatto flessibile. con le digitali più evolute è in dotazione un telecomando. Con tutte le altre c'è un sistema semplicissimo: l'autoscatto. Basta impostare l'autoscatto e non toccare né la macchina né il cavalletto e si ottiene il medesimo risultato.
Portarsi dietro un cavalletto o anche semplicemente averlo (non è un accessorio così banale: deve essere di buona qualità e stabile) non è così comune. Una alternativa è appoggiare l'apparecchio su una superficie, tutti quelli che ci hanno provato hanno sperimentato però che ben poche macchine stanno in piedi da sole e non si riesce mai ad inquadrare la scena come vorremmo. Un trucco che usavano i fotografi un tempo è il sacchetto di sabbia: un sacchetto di sabbia è stabile e pesante di suo e si può conformare per mantenere in diverse posizioni la macchina fotografica. Se mettete un sacchetto di sabbia nello zainetto mentre fate il turista in una città straniera probabilmente amici o parenti vi guarderanno in modo strano, ma portarlo nel bagagliaio della macchina o in motorino potrebbe risolvere molte situazioni.
Ci sono poi diversi trucchi per aumentare la stabilità a mano libera. Ci si può appoggiare con la schiena a un muro o a qualcosa di solido, tenere la macchina premuta contro il corpo, trattenere il fiato, usare l'autoscatto, si tratta però di sistemi adatti per fotografare con tempi un poco più lunghi del normale (per esempio la sera con un teleobbiettivo) piuttosto che di notte. Di notte senza un cavalletto o un supporto conviene rinunciare.
Naturalmente anche il soggetto può muoversi. Questo può essere un effetto voluto (ad esempio le scie dei fari delle macchine) o non voluto. Nel caso di foto di persone può anche essere sufficiente che una parte rimanga ferma e nitida. In ogni caso sono effetti da gestire con molta cura.
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La soluzione tecnologica |
L'altro sistema è l'incremento della sensibilità.
Nulla si ottiene gratis e il prezzo che si paga è l'abbassamento della qualità.
Nella fotografia analogica si usavano (e si usano) pellicole ad alta sensibilità
(400-800 ISO e oltre) che hanno però grana meno fine (si vede la grana in caso
di ingrandimento), minore contrasto e colori meno naturali.
Nella fotografia digitale la situazione è tutto sommato simile, si può aumentare
la sensibilità accettando un decadimento della qualità. Inoltre, si può
ulteriormente intervenire in post-produzione ridando luce alle foto più "buie".
E' però molto più semplice ottenere foto validi e soggetti ancora visibili, rispetto al sistema del tempo di posa lungo. Lo scotto che si paga è sull'atmosfera della foto. In pratica l'incremento di sensibilità è come se aumentasse la luce nell'ambiente, con un effetto meno naturale, che fa perdere parte della particolarità della foto notturna.
Con le
macchine digitali
la gestione delle foto
notturne è un poco più semplice. Cominciamo col dire che di solito hanno due
programmi: tempi di posa lunghi (di solito chiamato "notte") oppure sensibilità
incrementata (di solito "luce naturale"). Il primo produce facilmente foto mosse
e quindi deve essere usato con attenzione. Il secondo è più efficace, con le
avvertenze ricordate prima.
L'efficacia dei sistemi di correzione in ripresa e di post-produzione è poi
superiore, e quindi si riescono ad ottenere buone foto notturne con minore
difficoltà.
Un altro elemento che aiuta molto è la facilità e immediatezza con la quale si
può controllare il risultato. Eventuali foto troppo mosse, correzioni della luce
esagerate, luci falsate, possono essere rifatte per tentativi fino a trovare il
risultato ottimale.
Il sistema più diffuso per superare le limitazioni
di luce è il flash. Invenzione degli anni '50,
è diventato di uso universale, fino ad essere ormai
incluso nella maggior parte degli apparecchi.
Come funziona? E' un lampo di luce (non interessa qui come ottenuto) di
brevissima durata (molto meno del più breve tempo di scatto delle macchine
fotografiche) e con tipologia della luce ("temperatura di colore") molto vicina
a quella della luce solare. La intensità dipende dalla costruzione del flash,
quelli più potenti possono illuminare anche un locale molto ampio, quelli
miniaturizzati inseriti nelle macchine compatte (o anche nei telefonini) hanno
effetto fino a pochi metri.
Una volta ho visto un turista che con una macchina compatta voleva riprendere il Colosseo di notte. Ecco, questo è un uso proprio impossibile del flash. In ogni caso l'utilizzo del flash è uno degli aspetti più complessi della tecnica fotografica, senza alcuna differenza tra analogico e digitale.
I problemi sono che: a) l'effetto del flash è istantaneo e può essere solo previsto (o visualizzato a foto fatta); b) la luce del flash si somma alla luce già esistente nella scena; c) il flash deve ricaricarsi dopo ogni scatto e l'operazione può richiedere anche alcuni secondi (e dipende dalla sua costruzione e potenza).
I fotografi professionisti usano più flash contemporaneamente e speciali esposimetri per flash per bilanciare la luce (ovviamente con foto di prova, flash e macchine devono quindi essere fermi su cavalletti), poi controllano i risultati con speciali dorsi Polaroid (un tempo) o digitali (ora). E poi ricorrono alla esperienza. Non vale la pena affrontare queste tecniche, tanto a un normale fotografo occasionale mancherà sempre un altro elemento fondamentale: il tempo.
Un fotografo occasionale lascia quindi fare alla macchina e al flash automatico, ed ottiene, nella maggioranza dei casi, i famigerati occhi rossi.
E' un effetto del flash sparato sul viso che esisteva già anche ai tempi della foto in bianco e nero, ma il rosso era grigio scuro e non dava fastidio. Gli occhi rossi sono usciti con la fotografia a colori e nella nostra cultura sono associati al diavolo, è ovvio che siano ben poco graditi.
Da dove vengono fuori? La luce potente (a breve
distanza) del flash attraversa la cornea (la lente dell'occhio) illuminando la
parete posteriore, piena di vasi sanguigni, che ovviamente risulta di colore
rosso. Di luce ne passa molta perchè di sera o al chiuso (quando usiamo il
flash) l'iride (il diaframma) si apre al massimo per lasciare passare più luce.
Per questo motivo, tra l'altro, non possiamo fotografare una persona con gli
occhi chiari in condizione di scarsa luce sperando di riprendere il colore dei
suoi occhi.
Come si fa a evitare questo fastidioso fenomeno (che
comunque, con santa pazienza, si può eliminare in post-produzione)?
Il sistema corretto consiste nel tenere il flash angolato. E' sufficiente
tenerlo con la mano ed allungare il braccio alla massima estensione, leggermente
verso l'alto. La luce provenendo da un lato non illumina più il fondo
dell'occhio e il gioco è fatto. Una operazione molto semplice con gli apparecchi
analogici fino agli anni '70, quasi impossibile però con le compatte e le
digitali di adesso.
Queste macchine "universali" contengono invece sempre un sistema anti occhi-rossi. Consiste in una serie di lampi che cercano di convincere l'iride a restringersi di nuovo (lo fa automaticamente reagendo alle condizioni di luce, esattamente come una macchina fotografica a diaframma automatico, anzi, il contrario). In questo modo un punto rosso comunque rimane, ma molto più piccolo, invisibile in foto a formato standard, ma pur sempre presente. Si tratta quindi di una soluzione valida solo per foto non molto impegnative, ancor più considerando che non sempre il dispositivo è pienamente efficace e non tutti i soggetti reagiscono allo stesso modo, con il risultato che gli occhi rossi riemergono, semi-invincibili.
Un altro uso del flash è come sorgente a luce indiretta. E' possibile con tutti i flash indipendenti dall'apparecchio fotografico e in generale con i modelli dotati di parabola orientabile.
La parabola (la sorgente di luce) orientata verso l'alto illuminerà il soffitto e, se è bianco
(attenzione alle baite di montagna ...) e non troppo alto, la luce riflessa
illuminerà di rimbalzo il soggetto, con lo stesso effetto di un lampadario acceso. La luce
dall'alto non è la migliore, appiattisce i soggetti ma, essendo diffusa da una
parete opaca, le ombre sono poco nette e il risultato di solito è buono (anche
se ovviamente non riproduce l'atmosfera originale della stanza, ma una
situazione di luce vista soltanto dalla macchina fotografica nel cento millesimo
di secondo nel quale ha funzionato il flash).
Un risultato ancora migliore, soprattutto per i ritratti, si ottiene mettendo la
macchina in verticale e dirigendo così il flash su una parete laterale,
ottenendo una più gradevole luce laterale, che simula la illuminazione
proveniente da una finestra aperta.
Naturalmente bisognerà cercare una parete bianca o chiara, e senza quadri o manifesti, ma se ci si riesce il risultato sarà quasi professionale (e garantito senza occhi rossi).
Un altro limite del flash che non sempre si considera è la difficoltà di riprendere foto in sequenza. Tutti i flash hanno bisogno di tempo per ricaricare il condensatore nel quale si accumula la scarica elettrica che darà luogo al lampo. Solo potenti (e molto costosi) flash professionali o semi-professionali riescono a seguire una sequenza di foto "a raffica" (a 1 fotogramma al secondo e oltre). Non è il tipo di foto che normalmente facciamo. Capita però di scattare una foto in luce scarsa subito dopo un'altra. Il flash integrato nella compatta non scatterà e la foto verrà scura e sgranata, il sistema di esposizione automatica avrà cercato comunque di salvarla, ma solitamente con scarso successo, essendo pellicola o sensibilità del CCD tarati o scelti per l'uso con flash.
La luce del flash lascia ovviamente un'ombra dietro
al soggetto. Un'ombra che appare innaturale: 1) perché non esisteva nella
situazione originale, è creata dal flash e 2) si trova tipicamente dietro al
soggetto, dove il sole o una lampada non la produrrebbero mai (se non durante
gli interrogatori vecchio stile alla commissario Maigret).
Anche se alcuni fotografi hanno usato nel tempo questo effetto in modo creativo
(ad esempio Weegee) normalmente si cerca di evitarlo. I sistemi sono soltanto
due, uno semplice, allontanare il soggetto da pareti di fondo sulle quale si può
stampare l'ombra e uno complesso, da studio, illuminare con un secondo flash la
parete, schiarendo e annullando l'ombra.
Il secondo sistema è relativamente complesso (ma non troppo) ed è praticamente
obbligatorio per utilizzare il flash nei ritratti.
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Il controluce |
Un utilizzo molto efficace del flash è lo
schiarimento di immagini in controluce o in
ombra. Il classico ritratto in controluce, con il sole che illumina i capelli
(supponiamo folti) del soggetto, o con il soggetto all'ombra di un albero in un
magnifico parco. Il viso verrà fatalmente in ombra, quasi invisibile. A meno di
regolare l'esposizione sul viso, perdendo però completamente l'effetto dello
sfondo e del controluce. Un colpo di flash, anche se siamo in pieno giorno,
consentirà di illuminarlo e di ottenere quel ritratto "professionale" che
avevamo in mente.
Regolare l'esposizione per questa tecnica (flash di
schiarita) non era immediato con le macchine fotografiche
analogiche. Nelle macchine digitali appena un poco raffinate è invece una delle
funzioni di base. Il consiglio è di trovare e studiare questa funzione, provarla
in situazione di calma, e poi utilizzarla ampiamente, si otterranno foto meno
banali ma ben leggibili.
L'ultimo
elemento che citiamo è il fondamentale e il più complesso:
la luce naturale. E' al di fuori del nostro
controllo e ben poco possiamo fare per adattare la luce al fine di ottenere la
foto che avevamo in mente.
Se la splendida città del Mediterraneo che stiamo visitando è coperta da un
cielo nuvoloso tendente alla pioggia, non ci sarà modo di ottenere quelle foto
piene di luce e cieli azzurri che avevamo in mente e volevamo portare come
ricordo. Se però ci concentriamo su ritratti ambientati (usando il flash di
schiarita) o diamo la priorità a foto in interni potremo ottenere ugualmente un
interessante servizio, pur se con un taglio diverso da quello che avevamo in
mente. Siamo noi ad esserci adattati alle condizioni di luce, non potendo fare
il viceversa. E magari rimanendo un giorno o due in più potremo ritrovare una
giornata di pieno sole.
Si può anche adattare la luce alla nostre esigenze, è quello che fanno i fotografi professionisti, utilizzando ovviamente la luce artificiale, al 99% ottenuta con flash. Potenti flash professionali con schermi diffusori, riflettenti od opachi consentono di dirigere sul soggetto una grande quantità di luce con caratteristiche molto vicine a quella solare. E' una tecnica molto usata per le foto di moda in esterni. Il vantaggio è che la luce è controllata e conosciuta dal fotografo. Naturalmente il tutto è molto complesso e costoso, un vero e proprio set con tanto di assistenti che posizionano i vari riflettori su indicazione del fotografo. Non è però del tutto fuori portata per un amatore, in fondo bastano un paio di flash autonomi, un cavalletto e uno schermo, che può essere anche un ombrello riflettente (un vero e proprio ombrello con l'interno bianco opaco). Le moderne macchine digitali consentono una visione immediata del risultato e quindi si potrà mettere a punto per tentativi il set. Sarà magari più difficile trovare una modella con la stessa pazienza delle modelle professioniste.
L'ultima cosa da segnalare, a cui non sempre si
pensa, è la opportunità di inseguire la luce.
Piuttosto che trovare casualmente una certa condizione di luce, e tentare di
adattarsi ad essa, bisognerebbe prevenire e pianificare il servizio fotografico
in base alla luce. La luce che garantisce risultati migliori si ha nelle ore in
cui il sole è medio basso sull'orizzonte. Quindi al mattino o alla sera verso il
tramonto. Altro elemento che trascuriamo, ma si vede nelle foto, è la limpidezza
dell'aria. Dopo un temporale o giorni di vento la luce sarà più netta e le foto
più precise e dettagliate.
Esistono molte tecniche per migliorare le foto anche in presenza di foschia e
condizioni di luce non ottimali (filtri o correttori digitali) ma forse è
preferibile inseguire la luce: soffermarsi a guardare il cielo, cambiare i
programmi e uscire a fare foto di prima mattina o nell'ora magica che precede il
tramonto in una giornata limpida.
Una buona foto richiede tempo e pazienza. Un buon
film amatoriale ancora di più. Di solito durante viaggi, feste, visite a
parenti, cerimonie ed eventi vari il tempo non c'è mai. Questo è un altro motivo
all'origine delle foto insoddisfacenti (dei filmati non ne parliamo).
Quella che solitamente latita è la pazienza dei soggetti fotografati o
degli accompagnatori. L'unica situazione nella quale la pazienza è solitamente massima
e il tempo dedicato tutto quello necessario sono le foto e i filmati per
matrimoni. Infatti in questo caso le foto vengono sempre bene (anche se non sono
mai molto emozionanti: si sa come va a finire il servizio fotografico) e i
filmati pure.
Naturalmente conta anche l'esperienza dei fotografi. Nei casi dei servizi per
matrimoni è massima, nel caso delle foto di viaggio molto meno, se ne facciamo
uno o due all'anno.
Anche qui gli interventi sono semplici. Quello corretto e lineare sarebbe
fotografare di più, esercitarsi di più, organizzare i viaggi con tempi che
consentano di essere
viaggiatori e non turisti e coinvolgere nel piacere della lentezza anche gli
accompagnatori.
Seguendo la lezione dei grandi fotografi (Cartier-Bresson
per primo), anche per le fotografie di reportage bisognerebbe poi studiare in
anticipo l'ambiente e le situazioni che troveremo, cercando anche di creare un
rapporto con i soggetti (se non sono paesaggi o animali). Prendere appunti
(fotografici o scritti) e creare un vero e proprio filo
conduttore, come se si stesse preparando un documentario. Nella
fotografia professionale questo metodo classico non sempre è stato apprezzato,
c'è il rischio di rappresentare la realtà in modo studiato e non spontaneo, o di
forzare le situazioni (i soggetti che recitano più o meno inconsapevolmente),
oltre al rischio di perdere qualche foto irripetibile.
Ma per le foto amatoriali questi problemi sostanzialmente non si pongono, se si
avessero soltanto due giorni di tempo, anziché uno come al solito, da dedicare
alle situazioni che vogliamo documentare, si avrebbe un salto di qualità
percepibile.
Se non si possono seguire questi metodi ideali non rimane che l'approccio
randomico. Fare tante foto a raffica in ogni
situazione, compensare la qualità con la quantità. In
post-produzione, a casa,
si potranno scegliere con calma quelle due foto su cento che rappresentano in modo
corretto il messaggio che volevamo trasmettere.
Vi ricorda nulla questo metodo? Certo, è quello che fa il mitico
turista
giapponese. Quello che visita l'Europa in una settimana, un giorno a Roma, uno a
Venezia, uno a Firenze, uno a Parigi, uno a Londra, uno a Madrid e uno a
Helsinki (perché proprio a Helsinki? perchè da lì con la rotta polare torna
prima a casa). Il suo fotografare incessante e compulsivo non è quindi indice di
sindrome di Stendhal, ma frutto di un metodo ben preciso.
Ma cos'è la post-produzione a cui abbiamo fatto
cenno in precedenza? Ai tempi della fotografia analogica era la stampa della
foto, in camera oscura. Si potevano correggere errori e curare l'aspetto finale
della foto.
Le stesse funzioni sono possibili ora su PC, per immagini digitali all'origine o
digitalizzate da un originale analogico.
Almeno in questo caso il tempo bisogna trovarlo, perché il miglioramento delle
immagini in post-produzione è veramente tangibile. Gli strumenti sono
relativamente semplici e in maggioranza gratuiti. Le digitali di fascia alta hanno
poi solitamente un proprio potente ambiente software.
Senza voler fare un trattato ma citando soltanto alcuni programmi semplici e
accessibili (per ambiente Microsoft, in ambiente Apple c'è anche di più):
Microsoft Office Picture Manager (incluso in Office 2003): correzione luminosità e contrasto, raddrizzamento foto, ritaglio, ridimensionamento (se utile); consente le funzioni standard di camera oscura.
Adobe Photoshop (spesso incluso con le macchine digitali): correzione difetti, correzione colore, correzione occhi rossi; consente le funzioni di spuntinatura e correzioni più spinte, che nella fotografia analogica richiedevano tempi ed esperienza notevoli.
Neat Image (freeware): potente software per l'incremento della nitidezza ed eliminazione dei disturbi, come la granulosità per foto sottoesposte.
La differenza tra una immagine curata ed una così
come uscita dalla macchina è ben percepibile. Anche la semplice funzione di
correzione automatica di luminosità e contrasto, presente in Picture Manager o
Photoshop consente un immediato e visibile miglioramento della foto. Un consiglio sempre valido è: non
abbiate fretta di mostrare le foto, nascondetele accuratamente fino a che non le
avete sistemate.
Un tipo di post produzione ancora più basilare è la selezione. E' quello che
occorre fare con le foto dell'intera pellicola restituite dal laboratorio:
controllare le foto ed eliminare (nel senso di farle sparire) quelle venute
male, o anche soltanto mediocri. L'effetto finale sarà quello ideale e sempre
ricercato: "sono tutte venute bene".
Fino qui abbiamo esaminato gli aspetti che
impediscono o aiutano ad ottenere una foto tecnicamente
buona. Una immagine che sarà guardata senza filtri, ovvero senza che
l'attenzione sia distolta da difetti tecnici (troppo chiara, troppo scura,
sfocata, mossa, con colori innaturali, con elementi di disturbo, storta...).
Perché sia anche una
bella foto è necessario che anche il contenuto sia all'altezza. E
qui passiamo nel regno dell'estetica, del gusto, delle mode culturali, ma anche
di regole che accompagnano la fotografia sin dai primordi. Parliamo di
composizione dell'immagine, di tonalità, di taglio, di generi fotografici.
Non esistono ricette o consigli validi per raggiungere il bello, ma qualche approfondimento potremo tentarlo in seguito, affrontando i temi del generi fotografici (reportage), della composizione dell'immagine e dell'"occhio fotografico", degli esempi che si possono trarre dall'opera dei grandi fotografi, del bianco e nero e del colore, dell'alta definizione in fotografia.
In ogni caso è buona norma concentrarsi sulla qualità tecnica delle foto: non è detto che una foto tecnicamente perfetta sia anche una bella foto, ma probabilmente è molto più facile che lo sembri, mentre una foto con difetti tecnici più o meno marcati raramente sarà di qualche interesse, lo potrà essere soltanto per i contenuti eccezionali (tipo sbarco in Normandia o esplorazione della Luna).
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Riepilogo: i consigli di base |
Tirando le fila di queste semplici considerazioni possiamo proporre la lista di consigli di base che abbiamo promesso per ottenere foto tecnicamente buone.
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Fate sempre foto in orizzontale (landscape) |
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Se proprio volete fare foto verticali (ad esempio una serie di ritratti) fate una sequenza tutta di foto nello stesso formato, non alternatele. |
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Tenete la macchina fotografica in piano (allinearsi su una linea verticale al centro) |
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Non inclinate mai la macchina verso l'altro per fare entrare nella foto tutto il monumento. Alla posizione grandangolo massima allontanatevi per prenderne la parte maggiore possibile, ma non preoccupatevi se il soggetto non ci sta tutto. Nel 90% dei casi chi guarderà la foto lo conosce già. Per citarlo è meglio ricorrere ad un particolare. |
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Con il grandangolare evitate di inclinare la macchina verso l'alto o verso il basso. |
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Nei ritratti guardate con attenzione lo sfondo , tutto lo sfondo, prima di fotografare. Evitate pali dietro la testa o personaggi che passano. |
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Usate sempre lo zoom sul medio tele per i ritratti. Mai la posizione standard (che è un medio grandangolo). |
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Ricordatevi che il flash incluso nell'apparecchio per soggetti oltre 4-5 metri è del tutto inutile. |
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Nei paesaggi controllate anche lo sfondo (e il suolo) ed evitate elementi di disturbo (cartacce, bottiglie abbandonate, ecc.). |
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Non fate foto notturne con tempi di posa lunghi (programma "notte") se non avete un cavalletto o un supporto stabile. |
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Evitate il più possibile ritratti in ambienti scuri , di notte o in locali, usando il flash integrato della macchina diretto frontalmente sul soggetto. |
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Se avete un flash orientabile verso l'alto, inquadrate in verticale, cercate una parete bianca o chiara e usatela come schermo riflettente. |
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Se il flash è fisso, controllate attentamente che sia attivo il sistema anti occhi rossi , e comunque cercate di ritrarre il viso del soggetto leggermente di lato e non frontalmente. |
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In interni o al quasi buio evitate foto in sequenza ma lasciate passare alcuni secondi tra uno scatto e l'altro, soprattutto se la batteria non è completamente carica. Eviterete le foto scattate senza flash. |
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Con le macchine digitali sfruttate la possibilità di controllo . Senza farvi prendere dal perfezionismo ed evitando di rifare 100 volte la stessa foto al Colosseo, riguardate le foto e recuperate, se del caso, quelle non riuscite. |
Con l'avvento della fotografia digitale sbagliare una singola foto o mancare un intero servizio fotografico sembra diventata una impresa ardua. Eppure con un po' di ingegno e di applicazione si può riuscire nell'impresa. Con la fotografia analogica invece tutto era molto più semplice. Una breve rassegna dei principali metodi per sbagliare le foto può essere sempre utile.
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Era |
Metodo |
Come funziona |
Prevenzione |
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Analogica
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Il tappo davanti all'obbiettivo |
Soltanto per le macchine a telemetro (quelle più comuni) e non con le reflex, era possibile scordare il tappo di protezione sull'obbiettivo. Nel mirino si continuava a vedere tutto, ma di foto non ne veniva nessuna. Se il soggetto era umano tipicamente faceva notare la distrazione. Se erano paesaggi o animali poteva andar via così anche una intera pellicola. |
Solo attenzione e buona memoria. |
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La pellicola non agganciata |
Più subdolo del precedente, nel 35 mm consiste nel non agganciare la linguetta iniziale della pellicola al meccanismo di trascinamento. Il caricamento poteva e può essere manuale, assistito, o a motore. In quest'ultimo caso compare di solito un messaggio di errore e soprattutto lo scatto non funziona. Con il caricamento meccanico si poteva invece continuare a scattare a vuoto tranquillamente. Arrivati alla foto n. 40 (le pellicole sono da 36) veniva però il sospetto che qualcosa di irreparabile era accaduto. |
Si può controllare la manovella di riavvolgimento. Dopo averla girato sino a che non può più ruotare oltre, ad ogni avanzamento della pellicola deve girare. Se non gira vuol dire che la pellicola non è agganciata. |
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Aprire il dorso in piena luce |
Aprire il dorso in piena luce con la pellicola non riavvolta è un buon metodo per perdere le foto fatte, ma meno efficace dei precedenti. Infatti le foto nelle spire interne della pellicola si possono salvare, se siamo veloci nel richiudere il dorso. |
Prima di aprire il dorso riavvolgere sempre la pellicola. Se si tenta una seconda volta ci si accorge semplicemente che non ce n'è bisogno. Quindi nel dubbio ritentare l'operazione. |
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Fotografare due volte |
Fotografare due volte sulla stessa foto era una operazione
molto semplice con le prima macchine 6x6 (a rollfilm) con avanzamento
manuale. Sin dagli anni '40 anche su queste macchine (come le diffuse
folding o le reflex biottica) è stato inserito però un blocco per le
doppie esposizioni. |
Far rientrare sempre la linguetta (nelle macchine motorizzate è il default, a meno di dirgli di non farlo). Nel dubbio, comprare nuove pellicole. |
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La pellicola scaduta |
Anche le pellicole hanno una scadenza, come lo yogurt. Se
non si rispetta la scadenza, che a volte è scritta sulla confezione e non
sul rollino, e si usano pellicole (a colori soprattutto) scadute da
diversi mesi si possono ottenere foto molto più sgranate del normale o con
colori falsati. |
Evitare di fare risparmi su una voce di spesa a incidenza così poco rilevante come le pellicole, e gettare senza rimpianti le pellicole scadute o sospette (le foto sono insostituibili). Le pellicole professionali da tenere in frigo (ma non sono poi così delicate) usatele solo se necessario. Anche quelle più robuste danno risultati eccellenti. |
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Finire le pellicole |
Ci sono ancora tante belle foto da fare. Purtroppo la scorta di pellicole è finita e nel luogo remoto dove siamo: a) i negozi sono tutti chiusi, oppure b) non hanno le pellicole che usiamo noi (6x6, APS), o c) non c'è nessun negozio o chiosco nell'area di chilometri. |
C'è poco da fare, bisogna essere previdenti ed esagerare nella scorta, ma nell'era digitale comunque un telefonino per fare qualche foto di fortuna si troverà sempre. |
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Finire le batterie |
Con le macchine anche di buon livello sino agli anni '80
non era un problema. Erano completamente meccaniche. L'unica batteria era
quella dell'esposimetro. Se si scaricava si poteva comunque scattare in
manuale. Con le successive macchine elettroniche e poi autofocus sono
arrivate batterie di una moltitudine di tipi diversi. Chiaro che nel
negozietto che troviamo faticosamente dopo chilometri a piedi quello che
serve a noi non c'è. |
Meglio portare una batteria di scorta. |
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Digitale
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Finire le batterie |
Se era un problema con l'analogico, figuriamoci col digitale. C'è una notizia buona e una cattiva. Quella cattiva è che il consumo è ancora maggiore, soprattutto se lo schermo LCD è di grandi dimensioni e deve rimanere sempre acceso (è il caso delle ormai molto diffuse, purtroppo, compatte senza mirino). La buona è che di solito le batterie adottate sono le diffusissime mini torce AA, reperibili praticamente in ogni angolo del globo. Non troveremo quelle ad alte prestazioni necessarie per la nostra macchina, ma non saremo del tutto bloccati. |
Portare almeno un set di batterie di scorta. Fare una
verifica preventiva del numero di scatti medio che la macchina riesce a
fare con un set di batterie nuove. |
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Finire la memoria |
L'equivalente delle pellicole sulle macchine digitali sono
le memorie a scheda intercambiabile. Quando è piena non si fotografa più.
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La prevenzione è rappresentata ovviamente da memorie di
scorta. Occupano e costano poco e quindi conviene portarle. Magari il
problema è che sono così piccole che al momento del bisogno non ci si
ricorderà più dove le abbiamo messe. |
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Il dito davanti all'obbiettivo (o al flash) |
Si poteva fare anche con le macchine analogiche. Con le compatte digitali però è più facile, perché sono piccolissime. |
Non è un sistema molto efficace, basta avere l'abitudine di ricontrollare di frequente le foto fatte. Ricordarsi però di tenere le mani a posto è meglio. |
Le foto (AMT 2005-2007, apparecchio Canon EOS 600), dall'alto in basso: Franka Solida III (1950), Parigi (Defense), Finlandia (lago di Rantasalmi), Helsinki (artista di strada), Roma (Campioni del mondo 2006), Inghilterra (Shaftesbury, Exmoor), Isola di Aran, Finlandia
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Testi e foto
©
Alberto
M. Truffi / Novembre 2007 /
Riproduzione del testo e delle immagini non consentita

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