Musica & Memoria / La grammatica della musica. Seconda parte. L'alfabeto della musica

La grammatica della musica / 2

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La musica, così come qualsiasi linguaggio parlato, all’inizio dei tempi, quando l'uomo per motivi misteriosi ha incominciato a crearla, veniva soltanto suonata o cantata, e tramandata a memoria. Poi, come era avvenuto qualche secolo o millennio prima per la lingua parlata, l’uomo ha cercato di codificarla, per ricordarla, trasmetterla e riprodurla.
I testi di teoria musicale sono un po’ come i testi di grammatica, sono fatti per chi deve sistematizzare un codice, per chi è in una fase di crescita (insomma, per i bambini), oppure, per chi ha già una base. Pochi, come sappiamo, soprattutto in Italia, dove è prevalente la figura dell’analfabeta musicale.
Si può provare ad illustrare alcuni elementi della grammatica della musica in un linguaggio non per iniziati, richiamando le conoscenze culturali e scientifiche che fanno parte del bagaglio comune, senza però imprecisioni o approssimazioni eccessive?

Parte seconda.
L'alfabeto della musica

Noi ci proviamo. Ogni commento, suggerimento o critica sarà sempre benvenuto.

 
 1. Dal suono alla musica / 2. L'alfabeto della musica / 3. La lingua della musica
 

La notazione musicale

 

 

Come funziona la notazione della lingua parlata? Nel nostro sistema occidentale funziona mediante un sistema di segni, l’alfabeto, dei fonemi usati nella lingua parlata. I fonemi possibili sono molti, ma tra di essi ne sono stati scelti un numero limitato, e non tutti quelli che possiamo produrre, e diversi per varie lingue. Ma con sole 21-26 lettere, 6-7 segni di interpunzione e qualche accento si può esprimere qualsiasi concetto. Non qualsiasi sfumatura della lingua parlata: pensiamo alle vocali aperte o chiuse, se volessimo descrivere una persona che parla in dialetto barese ed una che parla in dialetto piemontese ci mancherebbe qualche vocale, o pensiamo all’inglese e ai molti modi con i quali si pronunciano la lettera A o la E. Inoltre, non si possono esprimere stati d’animo associati al testo, per i quali sono stati sviluppati gli emoticon in anni recenti.

Nella musica la situazione è simile, la notazione musicale può descrivere un sottoinsieme discreto (composto da un numero di valori finito) degli elementi base del suono.
Le possibili variazioni del suono in natura sono invece infinite e una qualsiasi codifica musicale non può che fare una scelta tra queste infinite possibilità, limitando così le musiche che può codificare. Il sistema occidentale attuale, per prima cosa, riduce le possibili frequenze con le quali si compone una frase musicale ad un numero finito di 88 diversi valori (gli 88 tasti del pianoforte) con limitate estensioni a frequenze inferiori o superiori per altri strumenti.
Questo significa che le altre infinite frequenze intermedie, che pur esistono in natura o che possono essere generate dagli strumenti, non sono codificabili e quindi, tipicamente, non utilizzabili. Un po’ come nel digitale contrapposto all’analogico. Anche le durate sono prefissate, per un totale di 7 lunghezze base dei suoni o delle pause (tutti sottomultipli pari della lunghezza maggiore, che curiosamente si chiama “semibreve”, come vedremo dopo).

 

La notazione musicale occidentale

 

 

Anche con queste semplificazioni descrivere la musica con una serie di segni rimane un compito non facile e richiede l’uso di molte notazioni e di una quantità di variazioni ad esse.
La notazione musicale si è sviluppata nei secoli come i linguaggi naturali e, come essi, contiene una serie di incongruenze che fanno impazzire i neofiti.
Solo che nei linguaggi naturali parlati vi siamo abituati per forza e le accettiamo. Ad esempio, accettiamo che in italiano ci siano due lettere per lo stesso fonema (C dura e Q) e non ci siano lettere specifiche per C molle, G molle, S molle o GL. O che in inglese non ci siano lettere per descrivere i fonemi TH o SH mentre per la C dura ci siano addirittura tre notazioni quasi identiche (C, K e Q).

La prima scelta che è stata fatta è quella di usare 7 note (con nomi identificativi) per descrivere le frequenze o altezze (il termine usato in musica) dei suoni. Come si è visto dovrebbero essere 88 o più. Non sarebbe molto agevole ricordarle tutte, ma non impossibile. Con quest’altro sistema invece bisogna ricordare solo DO-RE-MI-FA-SOL-LA-SI (ma anche SI-LA-SOL-FA-MI-RE-DO, discendente). Ma bisogna anche individuare quale DO nella tastiera dobbiamo suonare, perché ce ne sono 8 nella tastiera di un pianoforte. Corrispondente ciascuno all’inizio di un intervallo di note (o di frequenze) chiamato ottava, completato il quale le note si ripresentano con gli stessi nomi e le stesse relazioni tra loro. Quindi un sistema relativo, non assoluto. Complicato? Non troppo, ci torniamo dopo.

Poi, come al solito, non tutti sono d’accordo nel mondo sugli standard, e come per le prese della luce, nei paesi anglosassoni hanno un sistema diverso anche per la musica, ed usano le lettere A-B-C-D-E-F-G per le sette note. Che forse sono più semplici da ricordare, almeno all’inizio, perché almeno l’alfabeto lo ricordano tutti.

Per complicare ancora più le cose per scrivere le note si usa il pentagramma. Che, come dice il nome, è composto da cinque righe. Perché, se le note sono sette? O magari 88? E’ così, vale quello che si diceva per il C e la K. E non chiediamoci neanche perché le note sono sette se noi abbiamo cinque dita.
Nel pentagramma in realtà si usano sia le righe sia gli spazi e quindi le note che può descrivere sono 9. Ma siccome non bastano si usano righe addizionali immaginarie (chiamate tagli) con le quali si può estendere la possibilità di scriverle, sia in alto sia in basso. Senza limiti, teoricamente, ma con un limite effettivo di altre 8 o 10, semplicemente per come sono stampati i fogli di musica.

Naturalmente, visto che una frase musicale di solito non salta da un capo all’altro della tastiera (sarebbe anche difficile, con due mani sole) le note in una scrittura musicale (partitura) sono relativamente vicine tra loro, e quindi le 9 o 18 possibilità sono sufficienti. Basta indicare all’inizio in quale parte della tastiera ci si trova, e lo si fa con la chiave (di violino o di basso) che si mette all’inizio di una o più “righe” di musica.
Perché due chiavi diverse? Perché usandone due, con qualche acrobazia (vedi dopo) si può indicare l’intera estensione delle note suonabili con il pianoforte. Quindi: chiave di violino per la mano destra (la metà destra della tastiera), chiave di basso per la mano sinistra.

 

Le chiavi e i DO

 

 

Ma come si fa con due chiavi sole a individuare l’ottava su cui suonare tra le 8 presenti nella tastiera del pianoforte? Se qualcuno inventasse ora la notazione musicale non avrebbe grandi problemi: aggiungerebbe sotto al bellissimo simbolo che indica la chiave un numero corrispondente ad uno dei 7 DO dai quali inizia sulla tastiera un’ottava completa e il gioco sarebbe fatto. Le note sarebbero sempre nelle stesse posizioni e tutto sarebbe semplice da spiegare e da ricordare. Anche per gli strumenti a minore estensione, che semplicemente inizierebbero dal DO che possono riprodurre (sono già numerati da 0 a 6, un tempo avevano anche dei nomi, per esempio DO “contra”, DO1 “grande”, DO2 “piccola” e così via). Ad esempio il violino partirebbe da DO3 ovvero “una linea”.

Ma, come è inutile chiedersi perché i mesi non sono 13 di 4 settimane precise più uno con una settimana di 8 giorni con due domeniche (per esempio) invece di 12 di lunghezza variabile, per cui bisogna imparare a scuola la ben nota filastrocca, così anche in musica il sistema è un po’ più complicato.

Come si vede nella figura, con le due chiavi di basso e di violino di cui abbiamo parlato e con i tagli addizionali si coprono le ottave da DO (la prima ottava, che inizia dal terzo tasto a sinistra di una tastiera di pianoforte completa, a 88 tasti) a DO6. Per il DO7 occorre usare un altro sistema, e indicare manualmente sopra alla nota “8 va”. Ma si tratta dell'ultima nota della tastiera, non dell'inizio di una ottava.

 

Il LA e il diapason

 

 

Dammi il LA, dicono ogni tanto i musicisti al pianista. E LA è la prima nota nella notazione anglosassone (A). Ha una qualche ragione questa preferenza per quella che da noi latini è semplicemente la VI nota? Nessuna, è solo che si usa per prassi il LA successivo al DO3, la quarta ottava o DO centrale, presente quindi nella maggioranza degli strumenti, una nota che ha una frequenza di 440Hz, come elemento di riferimento per accordare tra loro gli strumenti. Un pianoforte mantiene molto bene l’accordatura (ancor di più un piano elettrico, ovviamente) e quindi può emettere la nota a frequenza precisa e costante. Gli strumenti a corda invece devono essere frequentemente accordati per ripristinare la corretta tensione delle corde, e la operazione è più semplice potendo ascoltare la nota pura di riferimento. Per essere ancora più precisi esiste un apposito strumento che può emettere una sola nota, appunto il LA centrale, ed è il famoso diapason, simbolo anche della Yamaha (casa anzitutto di strumenti musicali, poi di moto e altro), che può essere usato per allineare il suono (accordare è il termine, anche per gli strumenti non a corda).

 

Leggere le note

 

 

Così come per imparare a leggere bisogna ricordare le 21 (o 26) lettere dell’alfabeto senza difficoltà e incertezze, così bisogna fare per le note, che però non hanno segni diversi, ma prendono nomi diversi a seconda della posizione sul pentagramma. Le possibili posizioni sul pentagramma sono 16, possono diventare 22 o 24 con i tagli addizionali, diventano il doppio usando le due chiavi di violino e di basso (nelle quali la sequenza di note è spostata di una linea). Teoricamente si potrebbero memorizzare “a vista” tutte, e così effettivamente avviene quando si prende familiarità con la scrittura musicale, ma per iniziare sarebbe un po’ impegnativo, e si usano di solito sistemi diversi.

Il più semplice è memorizzare le sequenze di note continue e intervallate a due a due, sotto forma di “conta”, e le posizioni di alcune note chiave più facilmente individuabili a colpo d’occhio. Partendo da una posizione chiave e applicando la “conta” più corta si recupera il nome della nota. Considerando anche che, per come è strutturato il pentagramma, ogni nota si presenta alternativamente su una riga o nello spazio tra di esse, con due righe in mezzo.

Vediamo quindi le 4 “conte”:

  • tutte, ascendente: DO-RE-MI-FA-SOL-LA-SI-DO
  • tutte, discendente: SI-LA-SOL-FA-MI-RE-DO-SI
  • alternate: ascendente: DO-MI-SOL-SI-RE-FA-LA-DO
  • alternate: discendente: SI-SOL-MI-DO-LA-FA-RE-SI

Le note chiave possono essere:

  • le chiavi (FA per il basso e SOL per il violino)
  • il DO (la prima nota e quindi la più mnemonica)
  • il SI (l’ultima nota e quindi mnemonica anch’essa)
  • le note "appoggiate" sul pentagramma dalla parte della chiave (dalla parte opposta è sempre la chiave): RE e SI

Per ciascuna di esse si memorizzano le due posizioni sul pentagramma nelle due chiavi, e poi da queste si partirà per la progressiva memorizzazione attraverso la pratica.
Sembra complicato ma basta riportare gli esempi su un foglio di musica si capisce tutto.
Si riducono in questo modo gli elementi base da memorizzare a 4 + 6, ma con una logica di ripetizione.
Importante chiarire però è che il problema non è dare un nome alle note, avendo tempo ci si riesce facilmente, il problema è individuarle, appunto, a tempo; nella musica il ritmo e quindi il tempo, a differenza che nella lingua scritta, sono un elemento fondamentale, senza il quale il senso della frase musicale si perde. Quindi, leggere le note vuol dire individuare la nota successiva prima che passi il tempo (la durata) della nota precedente.
Una pratica piuttosto noiosa, purtroppo, ma indispensabile per imparare, che si chiama solfeggio.

 

Le note numerate

 

 

Per una notazione completa della musica ci serve ancora un qualche tipo di notazione per descrivere un’altra caratteristica di fondamentale importanza: il ritmo. Se ci si pensa un momento, l’alternanza di suoni, anche delle stessa altezza e durata, è già musica, basta che i suoni si susseguano ad intervalli che si ripetono in un modo a noi percepibile come tale. Pensiamo ad esempio al battere delle mani intervallato da pause di diversa durata, o allo schioccare o tamburellare delle dita.
Un altro esempio è il karaoke, è sufficiente leggere le parole di una canzone allungando le vocali (cantare, in altre parole) ma rispettando i tempi di inizio di ogni parola, ed ogni persona o quasi (tranne i casi disperati) sembra un interprete di una canzone. Ed è così, altrimenti il karaoke non avrebbe avuto l’epidemico successo che ha avuto.

Cosa serve quindi per descrivere il ritmo? Un sistema per definire la durata di ogni suono (di ogni nota), un sistema per descrivere le pause tra le note, che come si è visto nella musica sono altrettanto importanti dei suoni, un sistema per raggruppare gli insiemi (i grappoli, i cluster) di note e suoni. Perché un altro elemento fondamentale della musica è la ripetizione.

Il primo sistema si chiama valore della nota (sarebbe quindi la durata del suono). Ovviamente anche in questo caso i valori potrebbero essere infiniti ma, come per l’altezza delle note, si usa un sistema relativo ed una scala discreta di valori, basata nel caso più semplice sul numero due. Dal valore base (ad esempio una nota che vogliamo duri un secondo, ma che potremmo anche far durare un qualsiasi altro lasso di tempo) si ricavano con una divisione per due le altre durate, che saranno quindi sottomultipli della principale. Così il secondo valore sarà la metà del primo, il terzo un quarto e così via. E lo stesso per le pause.

Combinandoli assieme si potranno avere non infinite, ma moltissime combinazioni, sufficienti sicuramente per comporre tutta la musica occidentale “tonale” che conosciamo.

Nelle partiture usate nei libri di base di teoria musicale sopra le note compaiono a volte dei numeri. Non è una diversa e più semplice notazione. E' semplicemente il suggerimento sulle dita che devono essere usate per suonare quelle note. Perché ovviamente potremmo scegliere qualsiasi delle nostre 10 dita per suonare un tasto sulla tastiera del pianoforte. Ma, tenendo conto che vorremmo evitare di intrecciare le mani o che dobbiamo tenere conto che una delle dita (il pollice) ha caratteristiche diverse dagli altri, esiste una tecnica razionale anche per la scelta della migliore combinazione di dita da usare, che si chiama, ovviamente, diteggiatura. Per questo sono numerate a partire dal pollice (1) sino al mignolo (5), con gli stessi numeri per la mano destra e per la mano sinistra. La sequenza delle note partendo dalle stesse dita è quindi opposta per le due mani.

 

Il tempo nella musica

 

 

Come al solito lo sviluppo storico della notazione musicale ha dato a questi diversi valori nomi abbastanza particolari e notazioni solo in parte razionali. Ma anche chi ha fatto musica alla scuola media ricorda, forse:

  • la semibreve, il valore base (e la breve? c’era, ma è caduta in disuso)
  • la minima, che dura la metà di una semibreve 
  • la semiminima, che dura la metà di una minima ed un quarto della semibreve
  • la croma, che dura la metà di una semiminima
  • e così via con la semicroma, la biscroma e la semibiscroma, che dura un 64esimo di una semibreve

In totale sono 7 possibili valori (come le note, ma un tempo se ne usavano altri 2, uno sopra la semibreve (la breve accennata prima) e uno sotto la semibiscroma, e quindi erano 9, come le note che si possono scrivere nel pentagramma). Nella figura che segue sono indicati i diversi simboli usati per indicare le note dalla semibreve alla semibiscroma, per una nota singola; nelle composizioni più semplici e comuni sono usate comunque quasi solo la minima, la semiminima e la croma, più raramente la semibreve e la semicroma.

Per ampliare la possibilità di descrizione delle durate esiste poi una ulteriore rappresentazione, un semplice punto che si aggiunge ad un valore per estenderlo della sua metà. In altre parole una minima più un punto dura come una minima + una semiminima, ovvero ¾ di una semibreve, e così via per avere molte altre combinazioni.

Come si riconoscono i diversi valori quando vogliamo scriverli sul pentagramma? In modo molto semplice come abbiamo visto, con una forma diversa per ciascuno di essi (sia per le note sia per le pause), per un totale di 14 diverse forme da imparare a memoria (non troppe, tutto sommato) come si vede nella figura precedente. Le ultime 4 peraltro, da ⅛ in giù, molto facili da ricordare perché caratterizzate da un numero da 1 a 4 di “stanghette” sia per le note sia per le relative pause.

E la stanghetta che, a partire dalla semiminima in poi, è rivolta verso il basso o verso l’alto, ha un diverso significato? No, è solo un fatto estetico. Se la nota è nella parte bassa dei cinque righi la stanghetta si disegna verso l’altro, altrimenti verso il basso.
E quei tratti orizzontali che legano tra di loro le crome, danno una qualche indicazione al momento di suonare? No, anche questo è solo un espediente estetico, per non ripetere la virgoletta che indica in modo diverso le crome di diverso valore.
Stratificazioni storiche e usanze, come in tutti i linguaggi “naturali”.

 

La musica circolare

 

 

Torniamo alla musica come ripetizione (ritornello, refrain, una struttura presente in ogni canzone e composizione). L’elemento che raggruppa una serie di suoni e pause (note e pause) di diversa altezza e diversa durata (valore) è la battuta (o misura, altra caratteristica della notazione musicale è che la stessa cosa si chiama spesso in modi diversi) ed è l'elemento base che costituisce la frase musicale.
Una battuta è composta da due o più tempi, ogni tempo ha una sua durata (valore).
Quindi per definire la battuta (e quindi in sostanza il ritmo, semplificando) di una frase musicale bastano due elementi: il numero di tempi e il valore base dei tempi, e quest’ultimo non è altro che uno dei 7 valori possibili nella scala dei valori che abbiamo visto prima.

Di conseguenza una battuta in 4/4 sarà composta da 4 tempi di durata ¼ (un quarto della semibreve, ovvero una semiminima). La durata assoluta sarà determinata dalla frequenza del metronomo (p.es. 50 per un andamento lento, 80 per uno più allegro). Naturalmente in ogni tempo potrà esserci una nota o una pausa, ed ogni tempo potrà essere scomposto in valori più brevi, ad esempio la semiminima di cui sopra in due crome, o in una croma e due semicrome e così via, per il solito numero molto elevato, ma non infinito, di combinazioni. La notazione della battuta è semplicissima: due numeri sovrapposti tipo frazione accanto alla chiave per il numero e il valore dei tempi, una barra verticale per separare le battute, una doppia barra per ripetere l'intera frase dall'inizio.

Non è abbastanza chiaro? Effettivamente la notazione del tempo, pur se semplice, è importante e non troppo intuitiva, se volete un approfondimento con esempi potete andare qui.

 

L'importanza del tempo

 

 

Il numero di tempi nella battuta è molto importante, perché caratterizza fortemente la musica. Le possibili combinazioni sono diverse ma quelle di base sono tre: binario (UN-PA | UN-PA), ternario (UN-PA-PA | UN-PA-PA) e quaternario (UN-PA-un-PA | UN-PA-un-PA).

Basta leggere ad alta voce la indicazione mnemonica molto intuitiva che abbiamo inserito tra parentesi per riconoscere i tre tipi di battito di base, che troviamo in tutte le musiche che conosciamo. Dove c'è UN la voce deve essere più marcata, è il punto in cui va l'accento. Nel battito quaternario sulla terza nota c'è un accento, ma meno marcato.

Il battito ternario, ad esempio, è quello usato in una forma musicale tra le più note ed usate: il tempo di valzer.

 

La suddivisione in terzine

 

 

E se volessimo dividere per tre?
Abbiamo visto che la scala dei valori (la durata delle note) è ottenuta dividendo iterativamente per due il valore base. E perché non per 3, o per 5? Teoricamente nulla lo impedirebbe, ancora una volta, le possibili durate sono infinite. Il sistema occidentale è basato, sempre per le solite ragioni storiche, sulla suddivisione binaria. Ma consente di includere anche la suddivisione ternaria (dalla quale, ovviamente, si potrebbero ricavare tutte le altre). Sono le famose terzine, delle quali ogni tanto si scrive nelle recensioni o nei testi musicali.
Un tempo di una battuta invece di suddividerlo in due note si suddividerà in tre. Basta che il tempo totale, la somma delle tre, rimanga uguale al tempo di partenza.
Ancora troppo complicato?
Immaginiamo una battuta in due tempi, composta da due semiminime di durata pari a 12 ms ciascuna (usiamo per una volta una misura assoluta) in base al tempo che abbiamo impostato sul metronomo. Se vogliamo suonare 4 note potremmo usare 4 crome di durata pari alla metà (6 ms ciascuna) e la battuta rimarrà di 24 ms.
Ma potremmo anche usare tre crome appena accorciate, di 4 ms ciascuna, seguite da una seminimima. La somma delle 4 note rimarrà sempre 3x4+12 = 24 ms.
Avremmo usato in questo caso una terzina, che si indica semplicemente con il numero 3 sopra o sotto le tre note raggruppate, ottenendo un effetto musicale assai diverso al nostro orecchio.

 

La legatura

 

 

Un altro elemento essenziale dell’alfabeto per la lingua parlata è la punteggiatura. Può servire per rendere più espressiva e/o agevole la lettura, ma una virgola o un punto posizionati in modo diverso possono anche modificarne il significato di un periodo. Qualcosa di analogo in musica può essere la legatura, il modo di collegare tra loro le singole note in una sequenza o le battute musicali successive. Due note successive sono legate quando si inizia a suonare la seconda mentre si stacca la prima, oppure staccate, se facciamo una pausa brevissima tra esse. Basta provare a farlo sul pianoforte per 2 o 3 note successive, per rendersi conto che l’effetto è molto diverso sulla melodia che stiamo suonando.

 

Gli accenti

 

 

Nelle lingue parlate oltre alle lettere dell'alfabeto e alla punteggiatura l'altro elemento che concorre a dare significato alle parole è rappresentato dagli accenti. Possono essere usati per dare un ritmo alle frasi, come nel caso del greco antico, e della metrica usata in poesia, o possono dare un diverso significato alle parole, come in italiano "áncora" e "ancóra". Anche nella musica si usano e, avendo la notazione musicale una origine comune con la poesia in metrica dell'antica Grecia, almeno in questo caso il meccanismo è simile. Una delle 4 note di una battuta in 4/4 sarà eseguita in modo più marcato, se sarà la prima la battuta sarà in "battere", se sarà l'ultima sarà in "levare". Un punto sovrapposto alla nota indicherà che la nota deve essere suonata staccata, e quindi con una particolare caratterizzazione.

 

Il volume

 

 

Abbiamo visto molte notazioni musicali (non tutte), ma non manca forse qualcosa di familiare ai possessori di impianti hi-fi? Come si regola il volume del suono? Quando riproduciamo la musica su un impianto stereo il volume è il comando principale, e quando invece siamo noi a suonare leggendo una partitura come si fa regolare il volume? Non funziona così, il volume del suono e soprattutto la sua variazioni (crescendo, diminuendo, sincope: un volume forte che si abbassa repentinamente, e così via) nella notazione musicale fanno parte della espressione, cioè del modo di interpretare la musica scritta. L’autore della musica si limita a dare una indicazione generica, scritta, con termini come f (forte), ff (fortissimo), p (piano), pp (pianissimo) e così via, prima di una frase musicale. L’interprete o il direttore d’orchestra sceglierà poi in base alla sua sensibilità, quanto suonare forte o quanto suonare piano. Sarà lui a regolare il volume, non è prevista né utilizzata una notazione oggettiva (ad esempio il numero di decibel) per questa caratteristica del suono.
D’altra parte basta pensare ad un classico crescendo per comprendere che la variazione del volume è un elemento anch’esso della musica, della espressione musicale, così come le variazioni e i contrasti di volume.
In sintesi sul nostro amplificatore il volume è una costante, un valore base, che applichiamo all’inizio di un brano musicale. In musica invece il volume è una variabile, un elemento dinamico, che può essere diverso da una frase all’altra, e in differenti interpretazioni, e che può dare un significato (una sensazione) diversa a chi ascolta a seconda del suo livello.

 

Riepilogando

 

 

Cosa possiamo descrivere con questi semplici elementi di base? Essendo comunque un insieme discreto, non potremo descrivere tutti i suoni possibili. Ma un insieme molto vasto, molto ma molto superiore a quello che chiamiamo musica, sì.
Come l’alfabeto può consentire di scrivere un testo nella nostra lingua, o in un’altra a noi sconosciuta, o anche in una lingua non ancora inventata.
Scrivendo ad occhi chiusi su una tastiera di un computer possiamo scrivere qualcosa che potremmo chiamare anche “testo”, ma che non ha significato per nessuno, o almeno, nessuno a noi noto. Come teorizzava Borges nel suo celebre racconto, magnifica invenzione, La biblioteca di Babele.
Lo stesso avviene in musica. Possiamo provare a suonare sul nostro pianoforte a caso un insieme qualsiasi di note, e anche a trascriverle, ma difficilmente qualcuno chiamerà quell’insieme di suoni “musica”. Perché lo diventi occorre una lingua, nella quale più persone si riconoscano, che più persone considerino “musica”, e questa lingua, per essere insegnata e tramandata, ha bisogno di una serie di regole, ovvero di una grammatica e di una sintassi. Lo trattiamo nella terza parte.

 

Appendice: I numeri della musica

 

 

Ripercorrendo gli elementi base della notazione musicale, abbiamo 7 note, 12 semitoni, 5 alterazioni e 9 commi (non ne abbiamo parlato, ma sono una suddivisione precedente al sistema temperato). Potevano essere usati altri numeri, magari quelli del sistema decimale, ma tutto il sistema musicale è precedente alla rivoluzione francese, che il mondo della musica non l’ha proprio preso in considerazione, non ha cercato di imporre nuove suddivisioni come per i mesi e le settimane. Quindi ritroviamo i numeri tipici del sistema preesistente, i numeri simbolici nella nostra cultura (ma anche in altre): 7 come i giorni della creazione, i giorni della settimana, i peccati capitali, 12, il numero degli apostoli, dei cavalieri della tavola rotonda e degli adepti del re del mondo, degli Angeli a guardia dei 12 portoni dell'Apocalisse, del dodecaedro che è la base della architettura della Gerusalemme celeste. Dodici, ovvero il numero perfetto per organizzare un qualsiasi sistema (incluso il sistema monetario inglese tradizionale, e quello di molte altre nazioni), perché contiene perfettamente gli altri, il 2, la coppia, il 3, l’insieme indivisibile, il 4, numero simbolico per eccellenza, 5 la quintessenza, ovvero la quadratura del cerchio, il 9, quadrato di 3, e anche il 7 (che sommato al 5 della quintessenza riconduce proprio al 12). Senza dimenticare l'8, che è sempre contenuto nel 12, che racchiude e completa le 7 note (l'ottava) proprio come l'ottavo, il giorno dopo il compimento della creazione, è il giorno della nascita del mondo. Gli appassionati di numerologia possono trovare quindi spunti interessanti anche nel sistema di notazione musicale.

 

Appendice: I tempi della musica

 

 

Una nota, un tasto del pianoforte, può essere quindi identificato non solo per l'altezza, ovvero per la frequenza a cui suona (bassa o alta) ma anche per la durata, Due elementi che, combinati tra loro, già consentono di descrivere la maggioranza dei motivi musicali. Rimane da definire un sistema per indicare le variazioni in senso temporale, quello che in modo un poco approssimato possiamo chiamare ritmo. E' un sistema molto semplice e si basa su un numero ridotto di elementi:

  • la battuta
  • il tempo
  • il numero di tempi per ogni battuta
  • la unità di tempo

La battuta è composta da un numero di tempi tra 2 e 7 e questo numero rimane lo stesso per tutta la composizione musicale ed è uno degli elementi principali che lo caratterizza. La battuta a sua volta è l'elemento base per costruire la frase musicale, il "mattone", come la definisce qualcuno.
La unità di tempo base non è altro che una nota con un suo valore (lunghezza): la "nota standard" con la quale è costruita la battuta, che potrà essere ad esempio una minima, una semiminima, una croma.

Una battuta in due tempi, ad esempio, potrebbe essere composta da due minime. In questo caso è chiamata battuta in 2/2 perché appunto i tempi sono 2 e la minima è 1/2 della lunghezza base (la semibreve). Sul pentagramma questa scelta (chiamata anche "metro" della composizione) è indicata semplicemente con le due cifre sovrapposte accanto alla chiave (vedi l'esempio più avanti).

Ogni unità di tempo può essere poi suddivisa in unità di tempo di minore durata, pari alla metà, a un quarto e così via.

Per esempio la battuta in 2/2 che abbiamo visto prima e che è composta da due note (per eseguirla si suonano in sequenza due tasti sul pianoforte) potrebbe anche essere composta da tre note, una minima più due semiminime (che hanno lunghezza 1/4) oppure da una minima e da quattro crome, a a seguire con tutte le altre combinazioni possibili. In questi casi le dita sul piano dovranno suonare tre o cinque note, ma di durata diversa tra loro, in modo che la lunghezza temporale complessiva della battuta rimanga la medesima.

Nella immagine schematica qui a lato vediamo graficamente come funziona il meccanismo della scomposizione.
In una battuta in 2/2 ci possono essere due note di lunghezza uguale, due minime in questo caso, oppure tre note, con le seconde di lunghezza dimezzata. la durata complessiva della battuta, che deve rimanere costante nella frase musicale per mantenere il ritmo scelto, rimane la medesima.

Nella notazione musicale su pentagramma la suddivisione è meno graficamente intuitiva, usando i simboli diversi delle note che abbiamo visto prima. Ma una volta capito il meccanismo, che è più difficile da spiegare che da capire, è altrettanto efficace.


Come si vede, nella prima battuta sul primo rigo, in chiave di violino, ci sono le due minime, nella seconda una minima e due semiminime come nello schema, poi quattro semiminime e via con altre combinazioni.
Nel secondo rigo in chiave di basso sono indicate anche le pause. Perché non è detto che una battuta debba essere sempre completata con note suonate. Può esserlo anche con pause di silenzio, anche queste di lunghezza variabile ed uguale a quella dal valore corrispondente per le note. Nel rigo sono indicati in sequenza i simboli usati per la pausa della minima, della semiminima e della croma.

Esiste anche un altro sistema per indicare diverse lunghezze delle note all'interno della battuta: il punto. Un punto accanto alla nota indica che la nota deve essere allungata di una durata pari alla metà della nota stessa.

 

Indice

 

 

La notazione musicale / La notazione musicale occidentale / Le chiavi e i DO / Il LA e il diapason / Leggere le note / Le note numerate / Il tempo nella musica / La musica circolare / L'importanza del tempo / La suddivisione in terzine / La legatura / Gli accenti / Il volume / Riepilogando / I numeri della musica / I tempi della musica

 

Parte terza: La lingua della musica / Parte prima: Dal suono alla musica

 

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© Musica & Memoria - Alberto Maurizio Truffi / Ottobre 2011 / Fonti: Zoltán Kodály - La grammatica della musica (Einaudi), Nerina Poltronieri - Lezioni di teoria della musica (ESR - Sedam), Cosimo Carocci e Benedetto Passannanti - L'alfabeto dell'ascolto (Carocci)

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