Diffusione e distribuzione / Gli spartiti / La registrazione del suono / La radio / Il juke-box / Il video juke-box / La televisione / La radio e il mercato / Il selector / La radio su Internet / YouTube / La radio digitale terrestre / Mercora e la PDP Radio
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Vedi anche: |
La distribuzione della musica / Gli standard audio e video / Le major del disco / Il mercato della musica / La musica su YouTube |
La musica in origine era diffusa, cioè suonata e fruita nel momento stesso dell'ascolto, dai suonatori ambulanti che giravano per le tribù primitive, o dai musicisti che accompagnavano le feste rituali. I primi tentativi di registrare la musica sono iniziati con le civiltà più evolute che, dopo aver codificato il parlato, il verbo, con la scrittura, hanno tentato di registrare, e quindi archiviare, anche la musica, mediante la notazione musicale. Una archiviazione che consentiva naturalmente una successiva riproduzione, accessibile all'inizio ai soli conoscitori della musica.
Si sono così andati definendo nel tempo le due forme principali di vendita e di fruizione della musica: la diffusione, cioè l'ascolto della musica nel suo farsi suono a una vasta platea di utenti (gli anglosassoni la definiscono broadcasting), e la distribuzione, cioè la registrazione di brani musicali su supporti di archiviazione e la vendita al dettaglio ai clienti per la riproduzione casalinga in un numero teoricamente indefinito di volte.
Evidentemente i canali primari per la diffusone sono al momento la radio e la televisione, e per la distribuzione il CD, ma la rivoluzione rappresentata da Internet, nonché l'affermarsi di nuovi standard digitali, stanno scompaginando completamente questi equilibri. Negli interventi di questa pagina sono analizzati e sintetizzati storia e attualità delle varie forme di diffusione.
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La esecuzione pubblica: il concerto |
La esecuzione privata non era altro che una versione ridotta e semplificata della esecuzione pubblica, ovvero del concerto per pubblico pagante o non pagante. La forma originaria e più diretta di diffusione della musica, esistente sin dai primordi della espressione musicale e punto di riferimento per qualsiasi diffusione con mezzi tecnologici, sino ai giorni nostri.
Dalle esecuzioni con strumento solista, dotato di estensione e potenza di suono sufficiente per sonorizzare una sala e raggiungere un grande pubblico (il violino, il pianoforte) al canto con voce impostata, ai piccoli complessi "da camera" (e quindi con potenza non adatta a grandi ambienti), ai piccoli complessi orchestrali per eventi privati (la "musica da tavola" di Telemann, le "serenate" di Mozart). Sino alla grande orchestra romantica, dalle sinfonie di Beethoven alla crescita dimensionale senza limiti da Wagner a Bruckner a Mahler e alla sua "sinfonia del 1000" (che richiedeva appunto 1000 esecutori impegnati all'unisono), le sfide più ambiziose e temerarie all'assoluto nella musica, mai più ripetute.
Per tornare poi alla semplicità primitiva dell'orchestrina e delle orchestre jazz, indietro e indietro sino al "grado zero" del folk, al rapporto diretto con il pubblico, invitato a partecipare e a cantare da Pete Seeger, sino a Bob Dylan, solo con una chitarra, una armonica a bocca, la sua voce nasale e la sua poesia davanti a una nuova generazione, a Joan Baez con la sua chitarra acustica, la sua voce estesa di soprano e il suo amore indifferenziato per ogni espressione di ogni popolo; una lezione ripresa anni dopo da una piccola ragazza nera, Tracy Chapman, sola con la sua chitarra acustica e la forza delle sue canzoni davanti agli immensi stadi e alle moltitudini televisive del Mandela Day.
Mentre intanto il rock, dal progressive in poi, stava ritentando anche lui la scalata al cielo dei grandi autori dell'800, con gli ambiziosi concerti multimediali (Yes, Genesis, Jethro Tull) fino al temerario gigantismo assoluto dei Pink Floyd (The Wall), o alla raccolta della moltitudine, del "milione di uomini", con i concerti evento, Simon & Garfunkel al Central Park, Paul McCartney a Roma ai Fori Imperiali. Ma andava in parallelo anche l'estensione spaziale e temporale, i tour infiniti dei Pearl Jam, l'energia ininterrotta di Bruce Springsteen e i suoi concerti memorabili, la magica comunione con il pubblico di Bob Marley, sino all'indimenticabile concerto di Milano del 1980, i 300 concerti all'anno di Ben Harper, la vita in tour, fuori dai circuiti e fuori dal business, di Ani Di Franco. Ma anche, nello stesso tempo, un uomo solo con un pianoforte sotto le dita e la musica nella sua mente, senza mediazioni, la musica tornata allo stato puro con i concerti di piano solo di Keith Jarrett.
Solo alcuni esempi (quanti ne avremo omessi?) della centralità del concerto per la musica, del suo esserne sempre il punto di riferimento. La tecnologia ha consentito la moltiplicazione dei concerti (le comunicazioni più veloci), la estensione a pubblici sempre più vasti (l'amplificazione, gli schermi giganti e i multischermo), la realizzazione facilitata delle idee di teatro totale di Wagner, della unione tra tutte le arti (immagini, suoni, teatro, poesia).
Una centralità che è diventata però anche business, con il sostanziale monopolio del settore da parte di una società americana, la Clear Channel Entertainment (presente anche in Italia e predominante anche nella radio USA) e al progressivo snaturamento dei concerti, diventati evento ripetibile invece che evento irripetibile e sempre diverso grazie al coinvolgimento e all'apporto del pubblico, secondo la già ricordata lezione di Pete Seeger.
Concerti in cui l'emozione sembra diventare non l'ascolto della musica ma la contemporaneità, esserci nello stesso luogo e nello stesso tempo, con un nome storico del rock o del jazz. Un evento che però del concerto mantiene ben poco, dato che la musica è amplificata, le immagini anche (su grande schermo), il grande e storico personaggio (che sia Santana o Elton John) è un puntino sul palco e il nostro udito e la nostra vista potrebbero ricevere le medesime sensazioni con un DVD a casa, il nostro Hi-Fi e il nostro schermo TV.
Alla fine darà più emozioni un personaggio meno noto, ma che possiamo guardare negli occhi, del quale possiamo intuire lo sforzo e l'intenzione e l'idea nel proporre la sua idea di musica, e possiamo sentire con le orecchie, senza catene di amplificatori e diffusori, il suono della sua voce o degli strumenti che ha scelto di suonare.
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La tecnologia è intervenuta sin dagli albori della civiltà per amplificare le possibilità di diffusione della musica. All'inizio con la efficienza degli strumenti musicali e la loro possibilità di essere uditi da un pubblico più ampio, o con l'acustica de teatri. Poi con la estensione in senso spaziale consentita dalla notazione musicale. Infine con la elettricità e le onde radio, e poi con i computer, la loro interconnessione e la rete globale Internet. |
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Le prime forme di diffusione attraverso gli spartiti: la esecuzione privata |
La notazione musicale, che come è noto si è sviluppata nella forma attuale dal Medio Evo in poi, consente di diffondere e riprodurre la musica, così come un libro consente di distribuire un testo e leggerlo, da soli o in pubblico. Il libro ha consentito di passare dalla traduzione orale alla storia. La notazione ha consentito di tramandare le esecuzioni, i concerti.
Nel caso del libro solitamente è lo stesso utente che è in grado di leggere il testo. Nel caso della musica è più frequente la necessità di un esecutore, con il ruolo di un pubblico lettore di libri ai tempi dell'analfabetismo. Non tutti come Beethoven (forzatamente) o i grandi direttori di orchestra sono in grado di leggere uno spartito e figurarsi nella mente il brano musicale leggendo. Anche perché la notazione musicale è meno "oggettiva" di quella della parola parlata, e richiede una interpretazione.
Quindi le prime forme di diffusione della musica verso gli utenti finali (non per i musicisti professionali) sono iniziate nell'800 con le riduzioni per pianoforte. Si trattava di spartiti semplificati di opere più complesse (per esempio una sinfonia) pensati per essere suonati al piano, anche da dilettanti. Il risultato era una riproduzione casalinga dell'originale, ovviamente approssimata, per la quale era sufficiente che in famiglia ci fosse qualcuno capace di leggere uno spartito e suonare il piano, e questo era lo standard in una famiglia nobile o borghese dell'800. (Il pianoforte è lo strumento più adatto perché ha il "gradino di accesso" più basso tra tutti gli strumenti: essendo a intonazione fissa ognuno è in grado di estrarne una nota o un accordo, a differenza del violino, della tromba o del flauto traverso, che richiedono abilità tecnica anche per questo. Suonarlo bene è altrettanto difficile, ma raggiungere un livello intellegibile richiede un impegno minore).
E' citata in quadri e libri dell'800 la scena della famiglia e degli ospiti riuniti per una audizione musicale nel salotto buono, con uno o due suonatori, seduti davanti al pianoforte di casa e intenti a riprodurre i successi del momento.
Gli spartiti, le edizioni musicali, erano quindi sia un mezzo di distribuzione, sia un mezzo di diffusione, con il supporto dei suonatori dilettanti delle buone case aristocratiche e borghesi.
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Le tecniche di registrazione e i nuovi canali di diffusione |
Dalla fine del '700 è iniziato lo sviluppo di tecniche orientate a registrare e riprodurre la musica, prima codificata, poi sotto forma di suono, inclusa quindi la particolare esecuzione e la voce umana dei diversi cantanti.
La evoluzione delle tecniche è trattata nelle pagine dedicate alla distribuzione della musica. Le stesse tecniche sono state però alla base della diffusione della musica nel senso indicato prima, cioè a distanza di spazio e/o di tempo dall'evento originale, e senza distribuzione di un supporto. Diffusione della musica che è iniziata con l'affermarsi di un nuovo mezzo trasmissivo, ad inizio '900, la radio, e poi ha avuto come mezzo alternativo, dagli anni '80 dello stesso secolo, la televisione e quindi, dagli anni '90, Internet.
Le tecniche di registrazione erano basilari per catturare la musica (il microfono e il suo antenato, il phonoautograph di Leon Scott) e diffonderla in diretta, e per registrare la musica (su disco o su registratore magnetico) per riprodurla a distanza di tempo, quindi in differita. La disponibilità di musica già registrata a scopo di distribuzione dava poi alle radio la possibilità di trasmettere anche musica non pensata originariamente per la diffusione o addirittura, in seguito, per promuovere la stessa vendita dei supporti, i dischi.
La radio, la grande invenzione portata a compimento da Guglielmo Marconi, si è stabilizzata sin dai primi anni di diffusione popolare del mezzo (primo dopoguerra, anni '20) intorno alle tre tipologie di programmi: informazioni, intrattenimento parlato (varietà, radiodrammi), intrattenimento a base di musica.
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Nei primi anni le prime due
tipologie sono state prevalenti, sia per la mancanza di una alternativa
(come è stata la televisione nel secondo dopoguerra) sia per la relativa
scarsità di materiale musicale registrato. |
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I programmi musicali degli anni tra le due guerre erano costituiti, a differenza di oggi, per buona parte da esecuzioni radio-diffuse, ovvero riprese dal vivo di concerti, anche e di frequente di musica leggera - per esempio da sale da ballo - e loro diffusione via radio, in diretta, in tempo reale, ad un pubblico evidentemente più vasto. Qualcosa di analogo ai concerti serali tuttora trasmessi da Radio Tre. |
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I concerti potevano però anche essere registrati e trasmessi in differita o in replica, amplificandone così il potere commerciale. Le registrazioni rimanevano proprietà della radio, la produzione dei concerti era un costo e un investimento. In alternativa però le radio potevano proporre musica per mezzo degli stessi dischi usati per distribuire la musica al grande pubblico. Il costo era ovviamente più basso, quasi nullo, occorreva soltanto definire la gestione dei diritti da pagare a chi aveva registrato e poi stampato in più copie i dischi: le case discografiche. Accordi arrivati nei primi due decenni del secolo XX, prima dei quali le radio per le case discografiche erano un po' come i siti di distribuzione MP3 su Internet degli anni '90. Dal secondo dopoguerra il disco è diventato la sorgente principale per la proposizione di musica via radio. Potevano essere i dischi in normale vendita (prima a 78 e poi a 33 giri e 1/3) oppure dischi speciali per le radio e per la colonna sonora dei film, di diametro maggiore, circa 44 cm. Di fatto però elemento fondamentale per le radio diventavano le "sale di registrazione", in realtà usate essenzialmente come sale per riproduzione, ed equipaggiate con i mitici giradischi professionali EMT e similari. |
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La esplosione della importanza della radio per la diffusione della musica è avvenuta con l'avvento delle radio libere, dalla fine degli anni '60, la cui storia è raccontata in una apposita sezione. |
Le radio libere, poi diventate semplicemente radio commerciali, si sono trasformate nel tempo in uno strumento di intrattenimento incentrato essenzialmente sulla musica, ed anche, e in parallelo, in un canale di promozione per la vendita di dischi, quindi un supporto indispensabile per la distribuzione.
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La radio come mezzo di diffusione ad alta fedeltà |
Dall'inizio dei tempi e sino all'avvento della radio la musica la diffondevano i suonatori, gli interpreti, le orchestre. Tuttora i concerti sono un canale primario per conoscere ed apprezzare la musica, e invogliare all'acquisto. E' interessante notare per esempio il rapporto tra concerti riusciti e la popolarità nel nostro paese dei diversi artisti. Per esempio la relativamente scarsa popolarità dei Beatles (una sola tournee in Italia) o il grande seguito di Bruce Springsteen dopo gli storici concerti degli anni '80.
Dall'avvento della radio negli anni '30, la radio è stata il canale primario per la musica diffusa, o streaming come si dice ora. Musica quindi da fruire per il tempo della trasmissione broadcast (da un punto a molti ascoltatori), anziché venduta con un proprio supporto, non scelta dall'ascoltatore ma dal gestore del canale di diffusione.
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La trasmissione radio è iniziata, come noto, usando come portanti onde elettromagnetiche "corte", "medie" e "lunghe", con diversi compromessi tra potenza richiesta per la stazione trasmittente, capacità di superare gli ostacoli, capacità di superare grandi distanze (come gli oceani), come era possibile per le onde lunghe, e con la tecnica della modulazione di ampiezza (AM), ovvero variando in modo proporzionale al segnale da trasmettere la intensità della portante. Dal secondo dopoguerra è iniziata però la diffusione di stazioni e ricevitori a modulazione di frequenza (FM), nella quale veniva variata la frequenza attorno alla portante. Una tecnica maggiormente fedele in sé, nel senso di range di frequenza più ampio. Ma una tecnica in grado anche di allocare sulla stessa portante due canali, e quindi di trasmettere in stereofonia. |
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Radio Philco "Cathedral". |
Per l'importanza della stereofonia si veda la sezione dedicata a questa tecnica nelle pagine dedicate alla distribuzione.
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Infatti i componenti a qualità elevata esistevano già, per realizzare un front-end di elevato livello, e lo dimostra il fatto che sono gli stessi ancora usati oggi da molti appassionati, come le testine Ortofon SPU, i giradischi EMT 930 e varianti, Garrard 301 o Thorens TD-124 a puleggia, tutti componenti già disponibili a fine anni '50 ed inizio '60. Erano però componenti professionali (Ortofon, EMT) o comunque di costo molto elevato, alla portata di pochissimi tra i pochi che potevano permettersi un Hi-Fi. La maggior parte combatteva con giradischi di minore qualità, che soccombevano a confronto di un buon sintonizzatore FM, sia sul lato della praticità sia su quello della fedeltà. E c'è anche da considerare i cataloghi di dischi dell'epoca, meno ricchi e meno diffusi, per comprendere come il sintonizzatore, ora quasi in disuso, fosse un componente centrale per i buoni impianti stereo Hi-Fi. |
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EMT 930 |
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Questo avveniva in tutti i paesi occidentali, tranne uno, l'Italia, dove la monopolista RAI trasmetteva in stereofonia solo su un canale della filodiffusione (quindi via cavo telefonico, con banda di frequenza ridotta, e fedeltà dubbia) e poi per alcune ore al giorno, con programmi "sperimentali"; una sperimentazione proseguita per anni, forse decenni, fino a che le radio libere, che hanno adottato sin da subito la stereofonia, hanno costretto la RAI ad uscire dal torpore tipico del monopolista ed iniziare le trasmissioni in stereo su tutti i canali. |
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Un tuner di fascia alta: l'Accuphase T100 del 1973 |
Le radio libere hanno presentato però, almeno in Italia, sia il momento della nascita sia quello della morte prematura dei sintonizzatori stereo. Infatti come abbiamo visto sono state la premessa per creare il mercato. Ma poi il caos e la sovrapposizione delle frequenze (vedi la storia delle radio libere) hanno pesantemente influito sulla qualità, abbassando la fedeltà della ricezione e rendendo impossibili o perlomeno frustranti gli ascolti.
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Un sintonizzatore del 1985: il NAD 4155T |
Beninteso il classico impianto completo "rack" degli anni '70 aveva sempre un sintonizzatore nel set, così come lo hanno avuto quasi sempre i coordinati e compatti successivi, ma solo perché erano prodotti per un mercato globale. Era solitamente un componente ben poco utilizzato. Ora è un componente per il quale l'interesse da parte degli appassionati di Hi-Fi è scomparso, come dimostra la totale assenza di recensioni di componenti di questo tipo sulle riviste specializzate come Audio Review o Suono.
Per un approfondimento: Il Wi-Fi degli anni '60
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L'ascolto condiviso: juke-box, Soundie, Cinebox, Scopitone |
La diffusione della musica sino agli inizi del ventesimo secolo, il secolo della tecnologia, avveniva essenzialmente per mezzo di suonatori in carne ed ossa e quindi, orchestre. Le loro esecuzioni potevano ora essere diffuse in contemporanea o in differita via radio, oppure registrate su supporti fisici di vario tipo e poi riprodotte. La tecnologia consentiva però anche un'altra opzione: sostituire l'orchestra con una macchina, in grado di sonorizzare un locale e consentire l'ascolto condiviso della musica a costi molto più bassi.
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Questa macchina era il ben noto jukebox
(o juke-box), diffuso sin dagli anni '40 in parallelo al nuovo
formato di disco microsolco singolo, il 45 giri da 7", in
grado di contenere una canzone per lato. Il juke-box era un apparecchio
elettro-meccanico, che conteneva alcune decine di 45 giri (fino a 200) su
un supporto circolare a carosello; un braccio meccanico estraeva il disco
selezionato e un sistema a codice consentiva di selezionare e pagare la
canzone. Il tutto era inserito in un mobile di discrete dimensioni (almeno
1,5 mt di altezza) che consentiva per ciò stesso una discreta qualità
del suono, grazie alla possibilità di poter contenere un altoparlante per
i bassi (woofer) di diametro appropriato (25-30 cm), o una coppia di essi,
in una cassa armonica sufficientemente capiente. D'altra parte la qualità
del suono era necessaria per sonorizzare locali relativamente ampi,
tipicamente bar e simili. |
Fino a quando i costi degli apparati di riproduzione sono rimasti relativamente elevati (per tutti gli anni '60) il jukebox è stato il mezzo preferenziale per ascoltare la musica di moda da parte dei giovani, ed anche un elemento di comunità e di costume. Un canale che rivestiva anche un discreto ritorno economico per le case discografiche e per i gestori, confermato, in Italia, dal successo del Festivalbar (ideato da Vittorio Salvetti, prima edizione nel 1964) che premiava la canzone più "gettonata" nei juke-box di tutta la penisola. Le case discografiche pubblicavano anche dischi specifici per i juke-box, di solito con due interpreti diversi sulle due facce.
Con gli anni '70 il costo degli impianti di riproduzione (Hi-Fi o presunti tali) è diminuito e ha consentito di sonorizzare anche ambienti casalinghi, e l'ascolto comunitario si è spostato progressivamente in casa (feste e simili), lasciando progressivamente il jukebox al solo uso di intrattenimento per bar, sempre più residuale, e infine al modernariato. Il Festivalbar però è sopravissuto, riciclandosi come evento televisivo, ed è tuttora un appuntamento fisso nella canzone italiana.
Nei suoi anni d'oro il jukebox è stato punto di attrazione per i giovani e oggetto di invidia e di scandalo per i benpensanti, simbolo e anticipazione di un'era nuova che doveva arrivare. Una celebrazione di questo ruolo del juke-box si trova nel finale del classico film di John Huston del 1950 Giungla d'asfalto (Asphalt Jungle), un giallo molto cupo con Sterling Hayden, Louis Calhern e Marylin Monroe, nel quale la mente della rapina, il professore tedesco "Doc" Erwin Riedenschneider perde minuti preziosi e si fa catturare, per il solo piacere di pagare a una ragazza incontrata in un bar un "giro" di jukebox e guardarla ballare.
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Il professore e i ragazzi che ballano davanti al juke-box (vedi la sequenza completa) |
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I video jukebox e i primi videoclip |
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In parallelo al jukebox solo musicale sono iniziati sin dagli anni '40 tentativi di applicare lo stesso principio anche alle immagini (con suono). L'apripista è stato il Mills Panoram Soundie, della Mills Novelty Company con tecnologia RCA, diffuso dal 1939 in USA, in migliaia (pare) di night club e bar; il jukebox musicale conteneva otto brevi filmati 16mm in bianco e nero, con selezione sequenziale, trasmessi in retroproiezione, con un complesso sistema di specchi (che imponeva che la pellicola fosse impressa a lati invertiti) su uno schermo di discrete dimensioni (superiore a 20"). I brani erano
in gran parte di jazz dell'epoca, con performance di Louis Armstrong o Billy
Eckstine, Cab Calloway e altri. Pare che il catalogo fosse
arrivato a 3000 filmati, di 3 od 8 minuti, in parte andati perduti e in
parte riutilizzati come contenuti televisivi. Il sonoro era ottico, inciso
sulla pellicola come nel cinema. In generale i filmati erano in playback,
aggiungevano cioè le immagini a brani incisi in precedenza. |
Il successo di massa della televisione in USA dal 1948 in poi, assieme probabilmente agli stessi problemi che affligeranno i successori (affidabilità) decretarono la veloce eclissi del nuovo mezzo di diffusione, precursore in qualche modo del videoclip (anche se i filmati erano in genere semplici riprese dei musicisti che suonavano).
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Il successivo tentativo
industriale risale alla fine degli anni '50, in piena era jukebox, ed ha avuto origine in Italia; la
ditta era la Ottico Meccanica Italiana diretta da Paolo Emilio Nistri, che
si associò in seguito per questa iniziativa con l'industriale di Milano Angelo
Bottani. Il nome commerciale del prodotto era Cinebox,
utilizzava, come il Panoram Soundie,
filmati in formato 16mm, ora però a colori, con pista audio magnetica e
quindi di maggiore qualità, applicata sulla stessa pellicola, e schermo
ampio fino a 30". |
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Con la fine degli anni '60 Cinebox e Scopitone subirono la stessa eclissi dei jukebox. I filmati sono però rimasti e in alcuni casi sono veramente notevoli (ad esempio quelli del pazzoide cantante italiano Clem Sacco o le deliziose performance di Françoise Hardy, riprese anche nel film "Se devo essere sincera" di Luciana Littizzetto).
Per saperne di più: |
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La televisione e la diffusione della musica: il videoclip |
La televisione, mezzo di intrattenimento e di informazione principe, è stata sin dall'inizio un veicolo di promozione anche per la musica. Si possono citare le storiche presenze dei Beatles al programma TV "Thank You Music Star", nel 1963, che sancì il lancio sul mercato inglese del loro primo grande successo Please Please Me, o la partecipazione dei quattro l'anno seguente al popolare programma americano "Ed Sullivan Show" che aprì loro le porte del mercato americano e diede inizio alla beatlemania, oppure, per restare in Italia, alla partecipazione dei Rokes a Studio Uno nel 1966, con il loro brano Che colpa abbiamo noi, che portò il beat al grande pubblico del sabato sera.
La televisione è invece diventata un vero e proprio canale di diffusione per la musica, in una sua particolare forma, dagli anni '80, con l'enorme successo dei video clip. Filmati promozionali se ne facevano da tempo (gli stessi Beatles ne fecero parecchi, anche molto belli come quello con Get Back suonato sui tetti degli studi di registrazione), sia per la televisione o i cinegiornali e sia per i video jukebox, ma negli anni '80 era diventata una forma d'arte a parte, con gli storici filmati di John Landis (Michael Jackson - Thriller) o quelli di Cindy Lauper (Time After Time) o dei Bronsky Beat (Small Town Boy), per citare solo alcuni dei video che hanno fissato il genere.
Il passo successivo alle trasmissioni dedicate ai video (come la fortunata Mr. Fantasy di Carlo Massarini, sulla RAI) furono i canali specializzati solo in video, quindi MTV a livello internazionale ed in Italia, per un lungo periodo, VideoMusic della imprenditrice toscana Marialina Marcucci (poi confluita in Telecom Media e divenuta la sezione italiana di MTV).
Con i videoclip e MTV la televisione è diventata un mezzo di diffusione alternativo alla radio, utilizzato da molti giovani anche in maniera prevalente rispetto ad essa. Con la conseguenza però che l'accesso è ancora più selettivo, poiché gli alti costi di produzione di un video fanno sì che solo una parte degli artisti possano proporli, e comunque non per tutti i brani di un disco.
La storia della radio per quanto attiene la musica e il mercato si può dividere in tre fasi:
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1) |
radio monopoliste, controllo sulle scelte musicali da parte dei gestori delle radio, poche ore di trasmissione in un palinsesto dominato dal parlato (informazione o fiction) |
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2) |
radio private o libere, controllo sulle scelte condiviso tra gestori e case discografiche, peso molto maggiore o prevalente della musica nel palinsesto (STORIA) |
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3) |
aggregazione e oligopolio, controllo sulle scelte primario da parte delle case discografiche, radio specializzate (solo musicali con intermezzo di informazione, modello uniforme), heavy rotation. |
Nella seconda fase la offerta di musica è uscita progressivamente dal controllo delle case discografiche, nel senso che a) molte radio libere diffondevano musica senza pagare i diritti (anche perché spesso non potevano proprio permetterselo, in quanto organizzate su base volontaria e prive di un conto economico) e b) la grande offerta e la contemporanea diffusione dei registratori a cassette e degli impianti hi-fi consentiva di trasformare la musica diffusa in musica riprodotta, almeno a livello di canzone (a parte il mondo particolare delle musica classica, ovviamente con volumi e quindi criticità commerciale molto minore).
La terza fase, in Italia iniziata negli anni '80 in parallelo al consolidamento della TV commerciale, ha consentito una ripresa di controllo da parte delle case discografiche, e quindi un nuovo equilibrio, basato: a) sulla dipendenza delle stazioni radio dalla promozione discografica, ottenuta barattando sconti sui diritti contro scalette concordate e b) sull'accordo reciproco alla dissuasione nei confronti della registrazione domestica, ottenuto parlando sul brano (tecnica anti-registrazione peraltro introdotta in Italia in una famosa trasmissione non solo musicale molto nota: Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni) e non trasmettendo mai per intero i brani stessi.
Da questo equilibrio è nato il sistema di trasmissione in uso in tutte le radio commerciali e sulle stazioni di video come MTV, il cosiddetto heavy rotation (rotazione spinta). Le case discografiche attraverso l'heavy rotation decidono i brani e gli artisti da spingere, non più di 20-30 brani in rotazione, con specifiche priorità, in base alle loro scelte di marketing (ritorno degli investimenti, previsione e ipoteca di successi futuri, allineamento dei mercati) e parallelamente decidono anche gli artisti (o i brani) da non trasmettere (pur magari avendoli a contratto), quindi da destinare a mercati di nicchia, realizzando così un forte controllo sulla domanda. I conduttori delle radio commerciali si limitano a ricevere le scalette preconfezionate, aggiungendo in rari casi qualcosa di loro, e limitandosi in genere a dirci spiritosate sopra, sul modello della storica trasmissione RAI Supersonic, a sua volta ispirata a programmi delle radio private UK e USA.
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La scaletta automatica: Selector Music Scheduling |
Il sistema basato sulla ripetizione e sulla standardizzazione del prodotto è stato ulteriormente perfezionato con la possibilità digitalizzare la musica e di archiviarla su memoria di massa da computer. Per le radio che programmano in heavy rotation (ma non solo) sono stati messi a punto sistemi di programmazione semi automatici, in pratica software per computer, settore nel quale è leader di mercato il noto Selector della società americana RCS (Radio Computing Services; secondo la compagnia copre almeno l'85% del mercato internazionale). Un sistema che permette di generare e gestire le scalette dei contenuti musicali e registrati mediante "regole" preimpostate, anche senza l'intervento di tecnici umani per la gestione di messa in onda, missaggi, inserzione di pubblicità e transizione al parlato.
Il Selector è stato proposto sul mercato nel 1979, quindi prima dell'era digitale, e poi aggiornato per gestire database musicali e di altri contenuti (jingle, spot commerciali) archiviati su computer. Il sistema è però sempre basato su regole, impostabili dal programmatore della radio, che guidano la scaletta (schedule); regole che possono essere ad esempio:
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Regola |
Esempio |
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Genere (Sound code rule) |
Mai due canzoni rock di seguito |
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Artist separation |
Mai due canzoni dello stesso artista di seguito |
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Ore del giorno (Daypart restriction) |
Mai una canzone heavy metal dopo le 23 |
Il prodotto è stato arricchito negli anni successivi con un software specializzato, chiamato Linker, per la gestione integrata di jingle, spot commerciali e altri contenuti non musicali con la scaletta delle canzoni. In tempi recenti la RCS ha poi proposto un sistema completamente nuovo, un significativo passo avanti verso la automazione delle scalette e del "ritmo" di una stazione radio, chiamato GSelector (Goal Selector). Come dice il nome al sistema rigido delle regole è sostituito un innovativo sistema a obbiettivi (goal) in base al quale il GSelector genera la scaletta ottimale del giorno o del periodo. La musica da trasmettere viene categorizzata in base ad attributi (tempo, energia, tono (mood), genere, frequenza dello stesso genere e artista e così via) e in base ad essi possono essere impostati gli obbiettivi, in termini di bilanciamento tra attributi, incremento e decremento nel tempo e altri interventi.
E' evidente il rischio insito in un prodotto così potente: la standardizzazione delle stazioni radio. I programmatori potrebbero tendere a riproporre le stesse regole di base o obbiettivi preimpostati, con l'effetto di una grande uniformità della stazioni o di una loro indistinguibilità. Che è poi quello che in buona parte è avvenuto. Come per molte altre nuove tecnologia la "colpa" però non è dello strumento (verso il quale non sono mancate le polemiche) ma nel suo utilizzo.
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Internet come canale di diffusione - Le web radio |
In parallelo alla esplosione del P2P per il download si è sviluppato l'uso di Internet come canale per la promozione e la diffusione della musica in modo controllato, senza copia sul PC (streaming). La promozione di solito è affidata a tristi estratti a bassa qualità dei brani da promuovere, presenti di solito sui siti degli artisti o delle loro case discografiche, limitati a 30" o poco più (eppure non sarebbe copia illegale fino al 49%), pallide immagini riflesse, danno solo una vaga idea del brano, di solito peggiorativa.
E' un po' come se nella pubblicità le auto fossero fotografate ammaccate o sfocate, le modello dei vestiti fossero sovrappeso o non attraenti, i politici con le borse sotto gli occhi e la pelata in vista. Ignoro se qualcuno sia mai stato conquistato da questi brani promozionali e convinto da essi a comprare un disco, a me non è mai successo, ma poiché continuano a metterli in rete una ragione ci sarà.
L'altra forma di diffusione via Internet è la trasmissione in streaming audio. Per questo scopo sono adottati di solito formati di compressione meno maneggevoli di MP3 (come RealAudio), ma comunque utilizzabili per copiare la musica con un minimo di sforzo in più. Una modalità di trasmissione assai poco efficiente, che consuma molta banda in quanto necessità di una connessione per ogni singolo utente, ma questo è un aspetto che diventa progressivamente meno importante ed in prospettiva trascurabile quando la banda raggiunge una capacità sufficiente per le trasmissioni in streaming video.
Lo streaming audio può essere utilizzato sia per veicolare contenuti audio da un sito web, sia per creare qualcosa di simile alla radio tradizionale utilizzando come canale di trasmissione la rete Internet, cioè per creare una web-radio. Nessun limite geografico in questo caso, la web-radio può essere ascoltata in ogni angolo del pianeta. Il limite caso mai è costituito dalla lingua. Il palinsesto di una web-radio può essere analogo a quello di una radio tradizionale, con una alternanza di musica e parlato, ma nella pratica la maggioranza delle web-radio sono in prevalenza se non totalmente a base musicale.
Bassi costi di avvio e una situazione ancora fluida per quanto riguarda il pagamento dei diritti di diffusione per la musica hanno consentito una forte diffusione delle web-radio, con conseguente forte frammentazione del settore.
La tecnologia web-radio, con il continuo aumento della banda disponibile e l'affermazione di terminali portatili multimediali sempre più performanti (smartphone e tablet) è comunque del tutto adeguata per costituire una alternativa realistica alla radio tradizionale.
Un caso particolare di
web-radio è anche YouTube. Nato per condividere in rete i propri video
("broadcast yourself") si è trasformato nel tempo in un enorme contenitore,
centralizzato, universale e tutt'altro che frammentato, di contenuti musicali.
Nei quali molto spesso la parte video è solo un pretesto, una serie di foto o
addirittura un'immagine fissa.
A questo uso di YouTube per la diffusione della musica abbiamo dedicato una
pagina a parte.
Successore designato della radio analogica FM sarebbe stata la radio digitale terrestre, Digital Audio Broadcasting (DAB), denominata anche in seguito DMB-T.
La radio digitale terrestre è stata progettata per una maggiore capacità di trasmissione (soprattutto rispetto alla minimizzazione dei disturbi), una maggiore comodità (per esempio i titoli dei brani in parallelo all'ascolto) e una maggiore disponibilità di canale e dovrebbe consentire nelle intenzioni un rilancio di questo mezzo di diffusione, particolarmente adatto per la musica ed attualmente veramente depresso rispetto alle sue potenzialità. Lo sviluppo previsto ad inizio anni 2000 non è stato però confermato nel decennio, e la radio è rimasta in Europa in gran parte analogica, a parte una parziale diffusione del nuovo standard in UK e Germania. Solo trasmissioni sperimentali e nessuna concreta utilizzazione del nuovo mezzo in Italia, dove può essere considerata una opzione ormai tramontata.
Per un approfondimento: La radio digitale terrestre
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Prima edizione: Luglio 2003/ Revisioni: Agosto 2003 / Settembre 2003 / Novembre 2003 / Aprile 2004 / Maggio 2004 / Ottobre 2005 / Novembre 2005 (Mercora) / Maggio 2007 (jukebox e Giungla d'asfalto) / Giugno 2007 (video jukebox e libro M. Bovi, Selector) / Febbraio 2011 (aggiornamento situazione DAB e P2P Radio) / Aprile 2012 (aggiornamento generale) |

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