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Le radio libere

Come è iniziato il fenomeno / La situazione in Italia / Le prime radio libere in Gran Bretagna / Radio Caroline / Radio Luxembourg / Le radio inglesi in Italia / La radio in Italia negli anni '60 / Qualcosa si muove anche da noi / Ma le radio libere? / Aprire una radio libera / Le radio libere dilagano / Le leggi economiche vincono sempre / Diritti di copia / E la musica? / La radio, oggi

Programmi

Bandiera gialla / Per voi giovani / Alto gradimento / Supersonic / Popoff

Vedi anche:

La RAI e la censura / Le radio libere in Italia: un censimento del 1976 / I dati di ascolto delle radio / Le prime radio libere in Italia / Le radio pirata off-shore / La televisione digitale terrestre / Radio Capodistria

Il futuro della radio e la tecnica

Il futuro 1: la radio digitale (DAB) / Il futuro 2 bis: il nuovo standard T-DMB / Il futuro 2: la radio via satellite / La radio sulla DTT / Il futuro 3: la radio su Internet / Una possibile alternativa: Visual Radio / Il satellitare mobile / La modulazione di ampiezza / La filodiffusione / La radio negli Stati Uniti, oggi  / La P2P Radio  

La musica è legata strettamente alla radio, tuttora principale mezzo di diffusione e conoscenza delle novità musicali, anche se Internet è il futuro e ormai anche il presente. Quella che segue è una breve cronistoria delle radio libere. In realtà all'inizio le chiamavano radio pirata, trasmettevano eludendo la legge, in modo un po' avventuroso, fuori dagli schemi, poi sono diventate "radio libere", sempre alternative ma più o meno legali, ora sono semplicemente "radio private", nel senso proprio di "imprese private".

Ora le radio libere, o per meglio dire le radio private, fanno parte del panorama musicale, sono il nostro accompagnamento, soprattutto quando si sta in macchina, e facciamo zapping con i segni + e - tra una radio e l'altra, non appena parte la pubblicità.
Peraltro la radio è diventata un mezzo di minore importanza, quasi residuale, rispetto alla televisione e anche  ad Internet. È un mezzo che trova la sua principale ragione di utilizzo quando in mobilità, e in generale quando si possono utilizzare soltanto le orecchie, mentre tutti gli altri sensi sono occupati nel guidare o nel fare altre cose.
Ma torniamo agli anni nel quale era il mezzo principale per la diffusione della musica.

 

Come è iniziato il fenomeno

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Gli investimenti per realizzare una radio sono stati notevoli fino a pochi anni fa, e quindi alla portata soltanto di grandi organizzazioni. Nei primi tempi della radiofonia quindi le radio erano statali, ma negli Stati Uniti d'America già negli anni '40, organizzare e mettere in piedi una radio era un investimento alla portata anche di imprenditori di medie capacità finanziarie. Quindi iniziò, complici anche la libertà di azione garantita dalla costituzione americana, la struttura federale e la estensione del territorio, una proliferazione di radio libere, cioè di radio indipendenti, nel caso americano, dalle grandi reti nazionali.
Era quella fase raccontata nel film di Woody Allen "Radio Days", citato anche nel recente film dei fratelli Cohen "Fratello, dove sei" (Brother, Where Are Thou?, enorme successo della colonna sonora negli USA) e anche il tema di un album che è una pietra miliare della musica pop, il famoso disco del 1982 The Nightfly di Donald Fagen.

 

La situazione in Italia

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In Italia in Europa le cose erano piuttosto diverse. In Italia, dove peraltro la radio è stata inventata, come noto, da Guglielmo Marconi, la radio ha iniziato le trasmissioni regolari ai tempi del fascismo e, anzi, è stata il mezzo principe di diffusione della propaganda del regime, che organizzava radiodiffusioni pubbliche nelle piazze dei discorsi del Duce, a beneficio di chi non aveva l'apparecchio in casa.

Dopo la guerra la radio è ripartita come strumento di intrattenimento, anzi il principale mezzo di intrattenimento, assieme al cinema, almeno fino alla definitiva affermazione della televisione nei primi anni '60.
La radio in Italia era diffusa da un solo gestore nazionale, ovviamente la RAI (erede della EIAR dei tempi del fascismo) e trasmetteva solo tre programmi nazionali; il primo e secondo canale di intrattenimento generale e di informazione, il terzo canale dedicato alla musica classica e in generale a programmi culturali e di approfondimento. Si potevano poi ascoltare molte radio straniere, sulle onde medie e sulle onde lunghe, che consentivano una propagazione ampia o amplissima delle trasmissioni. Le radio dell'epoca avevano una scala di sintonia dove erano indicate le località di origine delle trasmissioni, che spaziavano su tutta l'Europa, e alcune radio straniere, in primis Radio Vaticana, trasmettevano in italiano, fornendo un minimo di alternativa.

Esisteva poi la filodiffusione, che in realtà non era radio, ma una trasmissione via doppino telefonico di programmi musicali su tre o quattro canali tematici (classica, leggera, un po', in piccolo, come il servizio radio fornito dai canali satellitari attuali o dai canali radio internet), sempre gestita dalla RAI.

La filodiffusione non era hi-fi, ma almeno era stereofonica, a differenza della radio, che in Italia rimaneva monofonica sia sulle onde medie (dove non si poteva fare altrimenti) sia sulla modulazione di frequenza, che consentiva una maggiore qualità e che in USA già negli anni '50 era trasmessa in stereo, e garantiva una qualità della musica riprodotta al livello degli LP e dei giradischi di allora, o addirittura superiore.

Già dagli anni '60 la radio in Italia era meno centrale di dieci anni prima, in quanto la televisione si stava velocemente diffondendo in tutte le case; sempre meno numerose erano quindi le famiglie che, come avveniva dieci anni prima, si riunivano alla sera attorno agli apparecchi radiofonici a sentire i "radiodrammi" (le telenovele per radio) o le trasmissioni di intrattenimento. La radio rimaneva però un mezzo di svago importante, in quanto la televisione all'epoca non trasmetteva tutto il giorno ma praticamente dal primo pomeriggio, con le trasmissioni per i ragazzi, fino a mezzanotte circa, con la famosa "fine delle trasmissioni", che inquadrava con una carrellata interminabile una antenna gigantesca, con il sottofondo della ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. La radio invece trasmetteva nella gran parte delle ventiquattrore.

La radio era rigidamente controllata dall'unico gestore, ovviamente, e gli elementi musicali e di costume degli anni '60 erano recepiti in maniera minima e attentamente filtrata, riflettendo un orientamento tra il conservatore e il moralista tipico della direzione RAI di allora (il mitico Bernabei), che vedeva con sospetto i complessi beat con i capelli lunghi e gli atteggiamenti vagamente trasgressivi che cominciavano a affacciarsi.

 

Le prime radio libere, le radio pirata inglesi

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La situazione in Europa era più o meno come in Italia, radio statali, rigidamente controllate, tra le quali spiccava per qualità e professionalità la famosa BBC inglese, e naturalmente tempi diversi tra paese e paese nel passaggio di testimone tra la radiofonia e la televisione come strumento di diffusione (broadcast) principale.

A differenza degli Stati Uniti, dove non c'era alcun monopolio o concessione statale da violare, ma solo un problema di accesso a finanziamenti sufficienti e di registrazione e omologazione all'ente tecnico regolatore delle attrezzature, in Europa per trasmettere via radio, senza essere il gestore statale, bisognava violare la legge. D'altra parte però la premessa per nuovo mercato c'era, tanta musica alternativa che esplodeva, sulla scia del successo planetario dei Beatles e dei Rolling Stones, tanta voglia da parte dei giovani di ascoltare musica al di fuori delle fasce orarie prestabilite e di sentirsi parte di un circuito diverso e alternativo a quello degli adulti.
Insomma c'erano tutte le condizioni per imprenditori realmente intraprendenti che se la sentivano di buttarsi in quest'avventura; la stessa cosa è successa vent'anni dopo con la televisione, e vent'anni dopo ancora con Internet.

Una radio Westinghouse a valvole di fine anni '50

La radiotrasmissione però era rigidamente regolamentata e le frequenze, limitate e date in concessione, erano controllate, se non dall'esercito, almeno dalla polizia (la Polizia postale, in Italia).
Alcuni imprenditori inglesi però violarono l'embargo ad inizio anni '60, nel 1964 per la precisione, ebbero infatti l'idea di trasmettere utilizzando navi ancorate fuori dalle acque territoriali inglesi, sfruttando il fatto che le onde radio non conoscono i confini. Era la mitica
Radio Caroline. Una radio pirata quindi, che agiva in mezzo al mare, aggirando ingegnosamente la legge.

E tutto ciò avveniva non a caso nella Inghilterra della swingin' London, il paese allora più brillante e più all'avanguardia d'Europa e forse del mondo, e quindi più insofferente delle gabbie e delle restrizioni.
E questa nuova radio si affiancava alle trasmissioni ospitate da altri paesi, per aggirare i divieti, come Radio Luxembourg (che trasmetteva ovviamente dal Lussemburgo) e ad altre che si aggiunsero, perché il successo naturalmente fu grande, da subito.

Trasmettevano in inglese, ma soprattutto trasmettevano musica, che è un linguaggio universale, che abbatte le barriere linguistiche, avevano bisogno di musica per riempire le trasmissioni, ed erano quindi strettamente connesse ad una industria discografica, allora decisamente aperta al nuovo.
La radio ufficiale inglese, la BBC, peraltro non rimase a guardare, e rispose con trasmissioni dedicate ai giovani (come Saturday Club e Ready Steady Go!), dove debuttarono sia i Beatles sia i Rolling Stones.

Le radio libere inglesi le sentivano anche in Italia

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Se durante la guerra gli italiani sentivano le notizie dal mondo libero tramite Radio Londra, che trasmetteva in italiano per le zone occupate dall'invasore tedesco, ovviamente ora si poteva, con apparecchi potenti, sentire Radio Caroline o Radio Luxembourg (soprattutto la seconda).

Una classica (e ottima) radio Telefunken a valvole degli anni '50

Gli ascoltatori non erano rappresentati dal pubblico di massa, ma in prevalenza dagli appassionati e dagli addetti ai lavori, i musicisti dei primi complessi beat, gli autori delle canzoni, le trasmissioni inglesi, le classifiche, erano per essi la principale fonte di ispirazione e lo strumento per aggiornarsi al veloce succedersi delle mode.
Raccontano infatti i complessi dell'epoca (per esempio quelli della Equipe 84, secondo una loro testimonianza) le serate passate ad ascoltare le radio inglesi, a prendere nota o a registrare le canzoni più interessanti o quelle che erano in classifica, a scegliere tra quelle canzoni quelle da riproporre in italiano, trascrivendo la musica e traducendo il testo, o inventandolo daccapo, quando il testo non era facilmente decifrabile, perché, naturalmente, la musica è universale, ma capire testo della canzone inglese, a volte non è facile neanche per un'inglese.

  

La radio in Italia negli anni '60

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La radio in Italia nel frattempo continuava ad essere rigidamente controllata, esisteva una commissione di ascolto, in pratica una commissione di censura che stabiliva cosa poteva essere trasmesso e cosa no, non potevano essere trasmesse ad esempio le canzoni di Fabrizio De Andrè, in quanto trattavano temi non adatti o usavano parole non consentite, una sola canzone era ammessa, era "Fila la lana", ma erano proibite sia quelle licenziose come Re Carlo, oppure quelle poco rispettose dell'ordine costituito, come "Il gorilla", così come quelle antimilitariste, come "La guerra di Piero", ma erano al bando anche canzoni che in qualche modo uscivano dal perbenismo, anche di autori notissimi, come Domenico Modugno, proibitissima la sua canzone "Nuda", dedicata peraltro alla moglie (vedi: La RAI e le canzoni oscurate).

Esistevano naturalmente trasmissioni specializzate per trasmettere le novità discografiche collegate all'industria discografica, come "Il discobolo", una trasmissione curata dal giornalista Vittorio Zivelli, celebrata nella canzone "Rollo & his Jets" di Francesco De Gregori: erano di solito piazzate in orari strani, riempitivo, e sempre troppo corte, per esempio Il discobolo presentava in tutto un pezzo straniero al giorno.

Un sintonizzatore a valvole anni '60: il Fisher FM-100 del 1962

Qualcosa si muove anche in Italia

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Ma la spinta della nuova cultura era troppo forte anche per la radio italiana fino ad allora totalmente controllata dal partito cristiano e, in parallelo al primo centro-sinistra negli anni '60, qualche segno di rinnovamento venne introdotto. Così iniziarono a fine degli anni 60 le due trasmissioni storiche, prototipo per molte di quelle successive, vale a dire Bandiera gialla e Per_voi_giovani, entrambe uscite dalla fantasia di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore in seguito anche al centro del grande successo di Alto gradimento.

Un altro benemerito della diffusione della nuova musica era stato anche Adriano Mazzoletti, in realtà all'origine un curatore di trasmissioni di musica jazz, che iniziò a fine anni '60 a curare trasmissioni dedicate al rock (Disc jokey, 1966), anche più avanzate di "Per voi giovani" in quanto a musica trasmessa.

Ma le radio libere?

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Non se ne sospettava neanche l'esistenza, mettere su una radio sembrava un'impresa fuori dalla portata di chi non controllasse perlomeno un governo, se ne sentiva parlare le prime volte proprio a Per voi giovani, per esempio dal grande Herbert Pagani, che spesso collaborava alla trasmissione; inviato in Cile, allora nella breve stagione del governo di  Salvador Allende, con il suo stile entusiasta, Pagani ne parlava come di un paese pieno di libertà, e per provarlo faceva sentire un nastro registrato dalla radio della sua macchina a noleggio, girando le sintonia e sintonizzando una stazione dopo l'altra. Sembrava una cosa fuori portata da noi, dove girando la manopola della FM di radio se ne trovavano sì e no 4 (quelle della Rai più Radio Vaticana) oltre a qualche radio estera che cominciava a trasmettere per l'Italia in certe zone, come Radio Montecarlo nel Nord-Ovest e Radio Capodistria nel Nord-Est. Eravamo un buon esempio di libertà negata (ma mancavano due o tre anni all'esplosione).
Perché il tappo saltasse mancavano solo due cose, una tecnologia alla portata, se non di tutti, di molti, e una spinta che travolgesse i controlli e la legalità. 
Due cose che sembravano difficili, ma che arrivarono puntualmente a metà degli anni '70.

Come aprire una radio libera

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Sul lato tecnico la strada venne aperta dalla cosiddetta banda cittadina (Citizen Band o CB): rice-trasmettitori radio di bassa potenza (e bassa qualità) che avevano sostituito, o per meglio dire integrato, il piccolo popolo dei radioamatori. 

I radioamatori infatti esistevano da sempre, da decenni, ed erano gli unici che potevano trasmettere via radio in modo privato, erano però strettamente regolamentati e censiti, erano quegli appassionati con antenne enormi, di grande costo, che facevano a gara fra di loro a chi riusciva a mettersi in contatto con paesi remoti, l'Argentina, l'isola di Pasqua, o magari a captare le trasmissioni degli astronauti nello spazio. I radioamatori erano censiti e conosciuti della polizia postale, regolamentata la loro attività. 
Con la banda cittadina l'accesso alla tecnologia e alla funzionalità si abbassava drammaticamente. 
Era un mezzo di comunicazione
bidirezionale, che serviva a chi voleva contattare magari gli amici; era in pratica un antesignano dei telefonini, e il compagno di viaggio dei camionisti in giro per l'Italia.

La regolamentazione era carente, in pratica il CB era vietato, o almeno una stazione CB doveva essere trattata come quella di un radioamatore, ma la spinta congiunta dei produttori, che volevano vendere gli apparati, degli esempi stranieri, dove era utilizzata già, della esigenza degli utenti, camionisti in primo luogo, del generale momento sociale, fece saltare tutte le regole, e i CB proliferarono, occuparono le frequenze parlando uno sull'altro e sovramodulando per farsi sentire, mentre le autorità alzavano le mani e facevano finta di non vedere, bastava evitare almeno di occupare le frequenze della polizia.

Le radio libere dilagano

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A questo punto il passo successivo era quasi naturale, passare dalla comunicazione uno a uno alla comunicazione uno a molti, cioè broadcast; gli apparati non erano molto diversi, produttori e distributori e negozi più o meno gli stessi, l'antenna doveva essere più grande e gli investimenti un po' superiori, ma ormai ci eravamo, e la tolleranza delle autorità travolte dai CB garantiva la impunità.

Per aprire una radio libera quindi bastava a questo punto un amplificatore, anche da pochi watt, una frequenza libera (cioè non ancora occupata da un'altra radio), un'antenna, alcune elettroniche non molto costose (mixer, microfono, cuffie, giradischi, registratore a cassette, eventualmente a bobine) e soprattutto un gruppo di amici disposti a coprire le ventiquattrore della giornata, o perlomeno la maggior parte di esse, perché la prima  differenza con la radio ufficiale era che la radio libera era sempre disponibile e sempre pronta a farti compagnia, e soprattutto, se la frequenza era lasciata libera anche per mezz'ora, veniva occupata da qualche altra radio.
Quindi i fornitori di apparati della banda cittadina garantivano la tecnologia, la libertà sociale e la spinta alla deregolamentazione degli anni '70 garantivano la caduta dei controlli, assieme all'entusiasmo per il nuovo mezzo di comunicazione e di contatto con gli altri, assieme al piacere di accedere a un mezzo di comunicazione finora limitato ad una elite, alla quale era difficile in precedenza entrare a fare parte; il piacere di diventare senza sforzo giornalisti o DJ, garantiva la massa di volontari, tecnici, conduttori, giornalisti, che facevano le radio.

In pochi anni, o forse pochi mesi, tutte le frequenze disponibili, almeno nelle grandi città, vennero occupate da decine di radio libere, anzi non era frequente il caso di frequenze occupate da due radio, di radio che trasmettevano volutamente fuori dalle regole, in sovramodulazione, per sopravanzare le altre radio vicine e che, anche in un'area contigua, trasmettevano sulla stessa frequenza. Alla fine arrivò anche la copertura legale, dopo i sequestri e i tentativi di fermare il fenomeno dei primi mesi, grazie ad una storica sentenza della Corte Costituzionale che stabiliva la fine del monopolio (in ambito locale).

Per coprire le ventiquattrore naturalmente la musica era fondamentale. Sarebbe stato difficile riempire il palinsesto soltanto con trasmissioni autoprodotte, con inchieste giornalistiche o con tutte le altre tipologie di trasmissioni che faceva tipicamente la radio di Stato, quindi il palinsesto della radio libere era essenzialmente costituito da musica di vari generi e stili, strutturata per rubriche (la rubrica di musica classica e di jazz, l'immancabile rubrica di musica lirica, e così via), naturalmente tanto rock, tanti cantautori, e la musica del momento.

Un classico sintonizzatore degli anni '70: il McIntosh MR78 del 1972

Ma c'era anche qualcosa che la radio ufficiale non poteva permettersi o permettersi solo in parte, e che le radio libere sfruttarono sino in fondo, la comunicazione bidirezionale attraverso la sinergia con il telefono: le trasmissioni con gli ascoltatori, figlie delle trasmissioni ufficiali come "Chiamate Roma 3131", ma ora molto più capillari, perché il bacino di ascoltatori si era concentrato a livello locale, fino all'estremo limite delle rubriche di saluti tra parenti e amici che si scambiavano il ruolo di conduttori e ascoltatori ("...un saluto a zia Pina, a nonna Maria che si riprenda presto ...").

Continua in: Le prime radio in Italia / La normativa e il censimento delle radio libere in Italia nel 1976

Le leggi economiche vincono sempre

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Dopo le  prime radio "libere", che in realtà trasmettevano dall'estero, anche se erano orientate all'Italia, come le celebri Radio Montecarlo e Radio Capodistria citate prima (entrambe in italiano), iniziarono così le trasmissioni le radio poi divenute storiche, in alcuni casi attive tutt'ora (come i conduttori). A Roma c'erano Radio Blu e Radio Città Futura, a Milano Radio Popolare, a Bologna Radio Alice.
Quella stagione venne celebrata dalla canzone di Eugenio Finardi "La radio", che enfatizzava la radio come strumento di informazione libera e "non invasiva", ed esprimeva l'entusiasmo per un nuovo strumento di comunicazione. La stessa stagione celebrata dal film di Luciano Ligabue "Radio Freccia".

Naturalmente la economia ha le sue leggi, che nel nostro mondo sono difficili da eludere, e nel breve volgere di qualche anno il volontariato si è esaurito o di molto ridotto, ed i costi di gestione, seppur bassi, hanno messo in crisi le prime radio, e le hanno costrette a diventare imprese commerciali. Qualcuna ha tentato di resistere chiedendo agli ascoltatori una sorta di canone. Ma una legge economica dice che se un bene o servizio viene dato gratis, in seguito è difficile, se non impossibile, farlo pagare (e questo è un elemento di riflessione per chi vuol fare pagare servizi su internet). Quindi queste iniziative si sono rivelate palliativi, e le radio rimaste sono state o quelle poche realmente basate sul volontariato, come Radio Onda Rossa o Radio Maria, o quelle diventate imprese commerciali, orientate quindi a vendere gli ascoltatori agli inserzionisti pubblicitari. Così diventando apripista delle ben più consistente esplosione della TV commerciale, anch'essa figlia di quella stagione di libertà.

La selezione tra le radio però non è stata tale da liberare le frequenze, e l'affollamento radiofonico degli inizi è rimasto poi cristallizzato per sempre, insieme alla confusione e alla sovrapposizione di frequenze, regolamentate dalla legge Mammì degli anni '80, ma tutt'ora in attesa di applicazione.

Diritti di copia

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Teoricamente la musica da trasmettere doveva essere comunicata alla società autori ed editori (la mitica SIAE), a cui doveva essere spedita la scaletta di ogni giorno di trasmissione, e alla quale dovevano essere versati i diritti per le trasmissioni.
Naturalmente nessuna radio libera si sognava di versare diritti, anche perché in generale erano autofinanziate e chi vi lavorava, non solo lavorava gratuitamente, ma contribuiva anche ai costi fissi della radio, che erano poi soltanto attrezzature (antenna e altro) e costo dei locali, se non si era ospitati da qualche organizzazione

Insomma era allora come ora su Internet, le radio musicali erano come i siti che archiviano e distribuiscono MP3. Le case discografiche però avevano allora un comportamento ben diverso, non facevano alcuna battaglia contro le radio libere, ma anzi mandavano dischi gratis alle radio appena appena affermate. Evidentemente ritenevano, a differenza di ora, che il mezzo migliore per promuovere la musica sia farla conoscere (!).

 

E la musica?

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Naturalmente, dove prima trasmettevano tre radio, più Radio Vaticana e Radio Montecarlo, Radio San Marino e Radio Capodistria (e queste ultime tre "straniere", non ricevibili in tutta Italia) ora trasmettevano magari 100 radio, e mentre le trasmissioni musicali sulle radio di stato arrivavano a due o tre ore al giorno, le radio libere coprivano con la musica (trasmissioni o nastri pre-registrati) magari l'ottanta per cento della programmazione. Insomma una moltiplicazione delle trasmissioni di musica, una moltiplicazione dei generi di musica trasmessi, una moltiplicazione dei musicisti che trovavano uno sbocco su una qualche radio, e quindi un aumento della vendita di dischi, della copia di dischi, allora su cassetta, insomma la stessa situazione di ora, con le radio al posto di Napster o Winmx, le cassette al posto dei CD-ROM e dei masterizzatori.
L'unica differenza è che ora le vendite di dischi diminuiscono del 10% all'anno mentre allora aumentavano in percentuale anche maggiore, evidentemente c'è qualcosa di diverso, è possibile sia la mutata politica delle case discografiche oppure è il mercato della musica che è radicalmente cambiato.

Com'è finita (ovvero: la radio, oggi)

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In realtà non è finita nel senso che le radio sono sempre 100 in ogni grande città, cioè tutte quelle che riescono ad entrare nelle frequenze lasciate libere, le radio sono ancora in attesa di regolamentazione, è cambiata però la tendenza, l'espansione si è fermata, perché le radio libere hanno in realtà fatto da apripista a qualcosa di molto più profittevole dal punto di vista commerciale, vale a dire le televisioni private, che non a caso nessuno ha chiamato mai libere, che hanno drenato la raccolta pubblicitaria togliendola alle radio (e alla stampa), fermandone così la espansione. 

Ora nessuno pensa più alle radio come radio libere, ma solo come radio commerciali. E purtroppo le esigenze commerciali hanno livellato lo standard verso i gusti musicali più comuni, e hanno allontanato ogni velleità di sperimentazione.

La porzione ridotta del mercato pubblicitario (intorno al 4%) rende molto critico il raggiungimento della soglia minima di sopravvivenza, possibile solo per musica e programmi di vasto ascolto, rendendo la vita difficile a stazioni specializzate in generi meno popolari (jazz o classica), abbastanza comuni in altri paesi (vedi ad esempio la popolare TSF Jazz in Francia).

La Tivoli Audio Model One, progettata da Henry Kloss, la migliore radio analogica in commercio.

Le radio private replicano in definitiva tutte lo stesso modello, una rotazione delle stesse venti-trenta canzoni, la cosiddetta heavy rotation, a gruppi di tre, due minuti pubblicità, qualche scherzo del conduttore di turno, secondo lo stile della trasmissione della Rai Supersonic di parecchi anni fa, il notiziario (in pillole) ogni ora, le trasmissioni sponsorizzate. Il tutto però controllato e meccanizzato tramite un sistema computerizzato chiamato Selector, utilizzato praticamente da tutte le emittenti maggiori.
Insomma la situazione non è poi molto diversa, in fondo, dai tempi della radio di Stato negli anni '60: due o tre radio che trasmettono musica per passione, e per qualche ora. E poi 100 radio tutte uguali.

Nei primi anni del decennio 2000 la radio continua ad essere un sistema di comunicazione e di intrattenimento molto utilizzato. Oltre il 70%  della popolazione italiana ascolta la radio in media una volta al giorno e fino all'85% accende e ascolta la radio almeno una volta alla settimana (vedi i dati Audiradio riferiti al 2004). L'ascolto prevalente è in auto, altre modalità di ascolto sono in mobilità (con radio portatili in cuffia o integrate in telefonini o lettori MP3), come sottofondo in uffici e negozi, come compagnia a casa durante impegni incompatibili con la visione televisiva (anche se molti usano la televisione come sottofondo sonoro).

L'ascolto è molto frammentato a causa del grande numero di emittenti. Il sistema di rilevazione Audiradio raccoglie i dati per circa 200 stazioni sia nazionali sia locali, la più ascoltata (RAI Radiouno) raccoglie non più del 10% degli ascolti, e la 15a (Radio 24) è già al 2,2%. E' presente comunque una concentrazione sulle stazioni maggiori, che ovviamente sono network nazionali, le prime 15 raccolgono circa il 65% degli ascolti totali. La frammentazione, in presenza di investimenti pubblicitari residuali sul mezzo radio (circa il 4%) è un altro elemento di debolezza del settore. I processi di concentrazione (che pure ci sono stati) sono rallentati per la stessa ragione: la raccolta pubblicitaria relativamente scarsa non fornisce mezzi finanziari sufficienti per affrontare le acquisizioni.

L'avvento di Internet ha rappresentato, infine, un ulteriore elemento di complessità, introducendo una ulteriore alternativa per gli inserzionisti, anche se il target si sovrappone solo in parte con quello tradizionale della diffusione radiofonica.

Approfondimenti: Gli ascolti in Italia nel 2004 / Le prime radio libere

 

Il futuro 1: la radio digitale DAB (aggiornamento: gennaio 2007)

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Il futuro (per qualcuno il presente) della radio è la radio digitale terrestre (DAB: Digital Audio Broadcasting). Con questa nuova tecnologia, uno standard sviluppato e definito a livello europeo, il segnale audio viene codificato in digitale e poi compresso prima di essere trasmesso via etere. Rispetto alla attuale trasmissione analogica in modulazione di frequenza (la modulazione di ampiezza in Italia è stata sostanzialmente abbandonata, ultimamente, con polemiche, anche da Radio RAI per il terzo canale) consente essenzialmente un miglioramento della qualità. Miglioramento non per lo standard in sé stesso (vedi box) ma per la organizzazione attuale dello spazio radio.

Il segnale nello standard DAB è compresso con criteri psicoacustici, secondo lo standard MUSICAM®, la qualità effettiva è quindi per definizione inferiore ad una trasmissione analogica correttamente realizzata su tutta la filiera, dalla sorgente all'antenna ricevente al sintonizzatore FM, così come avviene con i noti standard di compressione MP3 o ATRAC rispetto alla musica non compressa su CD o vinile. C'è da dire però che la gran parte delle stazioni radio utilizzano il sistema Selector o simili dove la musica è archiviata su computer in formato compresso, di conseguenza l'abbassamento di qualità è già un dato di fatto.

Lo spazio radio è il vero problema perché lo sviluppo abnorme delle radio in Italia negli anni '70 non è stato mai più ricondotto ad una regolamentazione e l'affollamento dell'etere, almeno nelle grandi città, è rimasto ad un livello tale da non  consentire la ricezione ottimale di tutte le emittenti. Inoltre non sono mai state ricondotte ad un comportamento a norma le emittenti che invadono altre frequenze o che sovramodulano. Il passaggio alla radio digitale è atteso quindi come una sorta di sanatoria di questa situazione incancrenita, che si trascina da venti anni e più.

Nella pratica con l'avvio a regime del DAB gli utenti radio potranno finalmente ascoltare (livello 1) tutte le radio di un'area metropolitana senza interferenze tra esse, senza perdita del segnale cambiando zona, e senza necessità di sintonizzare le stazioni (tutte le stazioni ricevibili sono disponibili sul ricevitore e selezionabili con un menu), tutte cose particolarmente utili nell'ascolto in auto. Inoltre il numero di radio o di trasmissioni potrà aumentare sensibilmente (fino a 4 volte, secondo alcune stime).

Lo standard DAB potrà essere usato anche a casa, sostituendo i sintonizzatori FM Hi-Fi (ormai in disuso in Italia causa scarsa qualità della radiodiffusione) con modalità simili alla ricezione radio via satellite, ma qualità teoricamente superiore grazie alla possibilità di disabilitare la compressione (se tale possibilità sarà effettivamente applicata anche in Italia).

Le funzionalità disponibili a livello 2 (PAD: Program Association Data) e livello 3 (NPAD: No Program Association Data) sfrutteranno invece la possibilità di inviare anche informazioni aggiuntive non di tipo audio (testi o immagini, anche in movimento) sul display del ricevitore, una evoluzione dell'attuale RDS (Radio Data System). Rispetto a questo sistema però le informazioni potranno essere molto più ampie. Nel primo caso saranno tipicamente nomi delle canzoni e degli interpreti e altre informazioni associate al programma in corso, nel secondo caso informazioni non associate ad esso, quindi tipicamente pubblicità (ahi). Non è chiaro come sarà gestito l'uso in auto di queste informazioni, che evidentemente potrebbero costituire una pericolosa distrazione per chi guida, né quale possibilità di successo avrebbe la pubblicità veicolata in questo modo a casa (evidentemente l'ascoltatore spegnerebbe il display).

In Italia si puntava ad un lancio a tempi brevi (originariamente entro il 2004), sotto la spinta dagli stessi network principali del settore radio. Così non è stato e il DAB è rimasto allo stato di sperimentazione solo in alcune zone del paese, ed ignoto alla maggior parte dei potenziali clienti.

I vincoli normativi

In Italia la situazione è resa complessa (e quindi pressoché bloccata) dall'eterno caos che regna nel settore delle radio e tele-diffusioni, eredità della improvvisa liberalizzazione selvaggia degli anni '70 e della successiva cristallizzazione dell'esistente negli anni '80, a protezione essenzialmente del duopolio televisivo RAI-Mediaset nel frattempo formatosi, e degli enormi interessi economici (e politici) che vi ruotavano e vi ruotano intorno. Ulteriore elemento di complessità è stata la riforma del settore radio-televisivo prevista dalla discussa Legge Gasparri, che ha abrogato e superato la precedente Legge Mammì, ma che è rimasta in gran parte inapplicata (Vedi: La televisione digitale terrestre)

Nel caso specifico del DAB un ulteriore problema è rappresentato dal fatto che la maggior parte dei canali teoricamente dedicati al DAB, e prenotati dal primo consorzio che intende trasmettere nel nuovo standard, EuroDAB, sono occupati da RaiUno (canale 12), e in mancanza di un piano nazionale delle frequenze (Vedi), la Rai tende ovviamente a spostarsi "con calma e per piacere" (lo spostamento è in discussione da circa 10 anni). 

Questa situazione fa sì che il consorzio EuroDAB (formato da RTL ed altre radio commerciali, associate alla REA - Radio Televisioni Europee Associate), il primo che ha ottenuto la concessione fin da aprile 2001, al momento trasmette con la formula della "sperimentazione", così come fa la RAI. La Gest.I.Tel. , la società di alta frequenza che cura le installazioni degli impianti DAB del consorzio EuroDAB Italia, operante sul blocco 9D sulla frequenza 208.06 Mhz in banda III VHF, sta comunque completando la copertura dell'intero territorio nazionale ed il consorzio EuroDAB al momento vanta il maggior numero di impianti attivi.

Informazioni sullo stato della copertura sono reperibili ai link: http://www.raiway.rai.it  (RAI: Andare a Tecnologia e innovazione > Radio),  http://www.radiodabitalia.com (sito indipendente sul DAB).

La posizione della RAI è comunque poco chiara, invece di spingere da subito sul nuovo standard, che consentirebbe un recupero delle quote di ascolto perse negli ultimi anni, e un drive per le nuove tecnologie, sembra impegnata in sperimentazioni di facciata. Viene in mente la triste storia della sperimentazione dell'FM stereo, trascinatasi per dieci anni e più (dagli anno '60) e poi finalmente adottata solo sulla spinta delle radio private, nei tardi anni '70. Qui il motivo, secondo molti osservatori, è da ricondurre agli enormi investimenti sul digitale terrestre, imposti dall'alto per motivi extra-mercato e extra-tecnologici, che non lasciano spazi ad altri salti tecnologici. Il risultato è che la RAI si trova a vendere un prodotto senza domanda (il digitale terrestre TV) e potrebbe trovarsi senza prodotto a fronte di una domanda (sul lato DAB).

In sintesi un ipotetico acquirente di un sintonizzatore DAB in Italia avrebbe quindi a disposizione almeno due ensemble (insiemi di programmi, teoricamente di radio diverse) in italiano, ma potrebbe ascoltarli solo in alcune zone d'Italia, per esempio a Milano e dintorni, ma non a Roma, almeno al momento.

La lentissima avanzata del DAB in Italia

Abbiamo inserito questa sezione sul DAB nel 2003, quindi a ridosso della prevista affermazione dello standard, allineata agli altri paesi europei di riferimento (UK e Germania). Così non è stato e a quattro anni di distanza non esiste un piano realistico di switch over al nuovo standard. Manteniamo come "storia" le schede di aggiornamento preparate nei quattro anni intercorsi dal primo piano.

Aggiornamento luglio 2005. La situazione del DAB è ancora ferma allo stadio di trasmissioni sperimentali. Per il decollo ufficiale del nuovo canale erano e sono tuttora necessari due adempimenti normativi: il regolamento per i soggetti interessati, che secondo la legge per il riordino del sistema radio-televisivo (la cosiddetta Legge Gasparri) spetta all'autorità per le telecomunicazioni, e il bando per l'assegnazione delle frequenze agli operatori, che spetta al Ministero delle Comunicazioni. Il primo adempimento doveva essere completato entro novembre 2004, a marzo 2005 è stato finalmente varato dall'Autorità. Il bando doveva seguire entro 60 giorni (quindi entro maggio 2005) ma ancora non si vede. A seguito della crisi del governo successiva alle elezioni regionali del 2005 peraltro è anche cambiato il ministro (e nel frattempo è anche cambiato il governo - nota 2007). Dal lato RAI, che dovrebbe essere il principale operatore del settore e avere la missione di motore dello sviluppo, continua la politica di disimpegno nel settore. La legge prevedrebbe una copertura del 60% con frequenze radio DAB, obiettivo non raggiunto alla data di questo aggiornamento. Secondo alcune fonti, inoltre, le frequenze originariamente previste per il DAB sarebbero state utilizzate per la DTT (televisione digitale terrestre) verso la quale le spinte politiche sono più pressanti (quelle di mercato non si sa).

Aggiornamento agosto 2004. La situazione in Italia sembra ancora in fase di attesa. Il consorzio EuroDAB sta concentrando gli sforzi sulla copertura. La RAI è rimasta a guardare, ed è impegnata, per input governativo, nella televisione digitale terrestre (DTT), le private, escluse quelle del cartello, non hanno interesse a smuovere una situazione di fatto che le vede in crescita di ascolti e raccolta pubblicitaria ai danni della RAI. Poca offerta di programmi e quindi poca domanda di apparati. I ricevitori digitali casalinghi sono in timido inizio distribuzione, in un settore peraltro di nicchia (nella grande distribuzione di elettronica radio e sintonizzatori singoli sono sostanzialmente inesistenti), si trova qualcosa tra i coordinati, modelli bistandard sviluppati per i mercati esteri, tedesco in particolare.
I ricevitori digitali per auto (il mercato più importante) sono tuttora sostanzialmente assenti presso la grande distribuzione (test effettuati a Roma a luglio 2004) fatta eccezione per modelli alto di gamma provenienti dal mercato tedesco.
Dal lato della domanda, la scarsa comunicazione fa sì che la maggior parte dei potenziali utenti / clienti ignorino la esistenza del nuovo standard e quindi non ne sentano la esigenza.

Aggiornamento Marzo 2004. La situazione nei vari paesi europei, promotori del nuovo standard, è assai difforme. In Gran Bretagna e soprattutto in Germania il mercato sta evolvendo velocemente a favore della radio digitale, a dimostrazione che i vantaggi funzionali e di qualità che offre sono apprezzati. In Gran Bretagna già 200 emittenti trasmettono in DAB (alcune solo nel nuovo standard), in Germania le emittenti sono 150, ma coprono già quasi il 100% del territorio. Già in movimento verso il DAB sono anche le emittenti in Francia, Scandinavia e alcuni paesi dell'Est Europa. 

 

Tentativo di previsione

Quindi siamo in presenza di un salto di standard sostanzialmente inevitabile, ma che sta procedendo con irritante lentezza in Italia.

Lo sblocco della situazione normativa è strettamente intrecciato con altre iniziative di maggior peso economico e con un riordino del piano frequenze nazionale che è sempre stato complesso e lo sta diventando ancora di più in presenza delle nuove esigenze di Internet a banda larga (standard Wi-Max via etere). A tutto si aggiunge la particolare situazione politica italiana, dove uno dei due schieramenti in campo ha fortissimi interessi nel settore televisivo e quindi condiziona (anche quando sta all'opposizione) le leggi di riordino del settore.

Oltre all'aspetto normativo bisogna considerare che gli utenti dovrebbero cambiare i ricevitori (ma i nuovi ricevitori DAB funzionerebbero ancora con l'FM). Questo potrebbe non essere un problema a casa, dove gli apparecchi radio sono tipicamente obsoleti o super-economici, e quindi pronti per un rimpiazzo (a patto che i nuovi siano altrettanto economici), mentre potrebbe essere un problema per l'ascolto in auto (largamente maggioritario, peraltro) settore nel quale gli italiani hanno investito molti soldi nella qualità dei ricevitori e dell'impianto, anche se la parte di diffusione, più costosa (amplificatori, altoparlanti, subwoofer) rimarrebbe invariata.

In sintesi si può prevedere che la diffusione del DAB andrà a questo punto "a rimorchio" del digitale terrestre TV, ed avrà un impatto soprattutto sul settore Car-Audio. Se saranno confermati i piani attuali della DTT sarà quindi collocata temporalmente tra il 2008 e il 2012. Lo switch off delle trasmissioni in FM dovrebbe quindi avvenire dopo il 2012, in base alla disponibilità di frequenze potrebbero rimanere attive emittenti in FM (soprattutto in ambito locale) anche dopo quella data.

Per saperne di più, sul numero 244 di AudioReview è stata pubblicata un'ampia sezione sul DAB, altre notizie sono reperibili ovviamente sul sito dei benemeriti pionieri di EuroDAB. Per saperne di più sulla RAI e sul DAB si può consultare il sito Amici di Radio Tre.

Il futuro 1 bis: il nuovo standard digitale T-DMB

INDICE

Dal 1 febbraio 2007 qualcosa si muove, finalmente, nel settore della radio digitale. La RAI, con il supporto del gestore della rete Rai Way, inizia una sperimentazione dello standard T-DMB (Terrestrial-Digital Multimedia Broadcasting). Si tratta di uno standard di origine coreana, che costituisce uno sviluppo tecnologico del DAB (o T-DAB). Dobbiamo dedurre quindi che la sperimentazione DAB, iniziata alcuni anni fa e mai andata in esercizio, verrà progressivamente abbandonata. La deduzione nasce dal fatto che anche l'AD di RTL 102.5, capofila degli operatori che sponsorizzavano il DAB, ha approvato l'iniziativa e si attende, come logica conseguenza, l'assegnazione delle frequenze necessarie dal Ministero delle comunicazioni.
Naturalmente questo imprevisto risveglio del settore pone numerose domande, alle quali cerchiamo di dare prime sintetiche risposte.

Che fine fa il DAB?
Niente paura, il nuovo standard è compatibile con il precedente, quasi completamente. I nuovi ricevitori (in primis autoradio) possono ricevere anche trasmissioni T-DAB, e le trasmissioni T-DAB possono essere trasmesse, in parallelo a quelle T-DMB, sulla stessa rete. Si deduce quindi che la possibilità di continuare ad utilizzare gli attuali ricevitori T-DAB è limitata alla volontà delle stazioni di radio, ed è di conseguenza limitata nel tempo. In pratica il mondo DAB si sta convertendo al nuovo standard e, non a caso, la stessa organizzazione WorldDAB ha già cambiato il proprio nome, con decisione unanime, in WorldDMB.

Perché uno standard coreano? Come si pone l'Italia rispetto all'Europa?
Gli standard sono in realtà più d'uno, anche se fanno parte della stessa famiglia, ed esiste anche uno standard europeo, sempre basato sullo standard trasmissivo già utilizzato nel DAB (si chiama DAB-IP). La Rai ha scelto quello coreano, come anche gli operatori tedeschi, mentre il Regno Unito si sta orientando su quello europeo. In Germania e in UK la situazione è però molto diversa perché una rete e utenti DAB esistono già e sono anzi la maggior parte del mercato.

Come si pone la sperimentazione rispetto alla legislazione italiana?
Siamo ai primi passi. Il garante ha lanciato a novembre una consultazione sul posizionamento rispetto ai nuovi standard, mentre nulla si sa al momento sulla disponibilità di frequenze, dove però esiste una competizione con standard di trasmissione a forte rilevanza economica, ci riferiamo in particolare al Wi-Max.

Che tempi si prevedono?
Per i motivi accennati sopra, i tempi della regolamentazione potrebbero essere non brevi. In ogni caso sarebbe necessario un salto tecnologico su tutto il parco ricevitori (in maggioranza autoradio) con i vincoli del caso, aumentati dal fatto che la maggior parte delle auto in vendita negli ultimi anni ha una autoradio di serie, fissa (ovviamente nella maggioranza dei casi né DAB né T-DMB, ma analogica).

Che relazioni ci sono con il mondo dei telefonini?
Il nuovo standard è stato pensato proprio (come il DAB da cui proviene) per la connessione con terminali mobili (le autoradio), è quindi molto adatto anche per ascoltare la radio sul telefonino. Da notare anche che il canale video associato sul telefonino è assai più utile che sull'autoradio. E' quindi un'alternativa, già reale in Corea, allo standard DVB-H, di derivazione dal DVB-T (o DTT), lo standard per la televisione digitale terrestre, sviluppato invece per terminali soprattutto fissi (i televisori). E' una realtà perché in Corea e per il mercato coreano sono già prodotti e venduti molti modelli compatibili T-DMB (LG, Samsung e anche Motorola).

Vedi anche: Sintesi dello standard (da www.italia.gov.it ) / Consultazione Agcom

Il futuro 2: la radio via satellite

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La radio digitale (DAB o T-DMB) non è però l'unica opzione per il futuro della radio analogica FM (o AM). Esistono almeno altre due tecnologie che si candidano a fornire lo stesso servizio ma con mezzi di trasmissione diversi: la radio su Internet e la radio via satellite (alla quale si potrà aggiungere la radio via digitale terrestre).
La diffusione via satellite, estesamente utilizzata per canali televisivi a pagamento, e particolarmente presente in paesi che per vari motivi non si sono dotati di una estesa rete via cavo coassiale ad alta capacità (tra cui l'Italia), consente anche, ovviamente, la trasmissione di sola musica (o parlato).


Il satellite Hotbird 1

Tutti i bouquet satellite in pay-TV (in Italia ormai rappresentata dal solo operatore Sky, in una anomala situazione di monopolio seguita a quella che doveva essere la liberalizzazione del servizio) comprendono una offerta aggiuntiva di radio attraverso una serie di emittenti consorziate. Si tratta o di emittenti specializzate per genere, o della replica via satellite di canali già operanti in FM, che possono così raggiungere un insieme di utenti molto più ampio e virtualmente illimitato (è il caso di Radio Rock, o delle emittenti Radio RAI).

I possessori di decoder universali (cioè non quelli noleggiati assieme al servizio Sky) e di antenne paraboliche orientabili o con doppia lente possono inoltre selezionare programmi radio su altri satelliti (nel caso dell'Italia l'alternativa è rappresentata solitamente da Eutelsat Hotbird) ampliando così la scelta.

Per ascoltare i programmi occorre collegare un sistema di diffusione sonora (l'impianto Hi-Fi, o un coordinato) al decoder ed utilizzare lo schermo TV come display per la selezione dei canali. La selezione è in questo modo comodissima, e la trasmissione è ovviamente priva di disturbi e stabile. La qualità del suono è apparentemente elevata, ma in realtà, essendo utilizzate tipicamente tecniche di compressione del segnale, è inferiore a quella che era (ed è) ottenibile da un buon sintonizzatore FM collegato ad un buon impianto di antenna (e sintonizzato su una buona stazione).

La fruizione è però ben diversa da quella associata solitamente alla radio. Non è possibile portarsi la radio al bagno, o sentire un programma in varie stanze (magari ognuna dotata del suo apparecchio), meno che mai sentire i programmi in auto. L'uso che rimane perseguibile è quello di sottofondo nella stanza dedicata al decoder (la sala), escludendo che la famiglia si riunisca, come negli anni '30 e '40, ad ascoltare un programma in comune. Oppure può essere il classico sottofondo musicale per ambienti, sale d'aspetto, negozi e così via, magari mediante un impianto multi-room.

Un uso quindi decisamente innaturale e quindi fatalmente marginale, che si riflette sulla varietà dei programmi che, quando non sono rilanci su satellite di canali già esistenti, sono tipici "pizzoni", cioè scalette di un numero anche elevato di brani di un genere, che si ripetono ciclicamente.

Il modello di business è tendenzialmente quello del servizio a pagamento, anche se attualmente si tratta di una sorta di addendum gratuito del servizio primario pay-TV, o di diffusione promozionale.

Una variante: la radio sulla DTT

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Anche il nuovo standard per la diffusione dei programmi televisivi in digitale (DTT: televisione digitale terrestre) in diffusione in tutta Europa (Italia compresa) con completamento previsto dello switch-over nel 2012, include la possibilità di veicolare trasmissioni radio. Un sistema analogo a quello visto in precedenza per la radio via satellite, con audio digitale compresso, che nella offerta attuale è utilizzato solo dal multiplex RAI. Gli unici canali trasmessi sono i tre nazionali di RadioRAI più i due canali della filodiffusione, residuo ostinato degli anni '60.

Anche in questo, come per la radio via satellite, appare improbabile un utilizzo diverso dal semplice sottofondo o come sorgente di impianti multi-room, ed è altrettanto evidente un interesse assai scarso dei gestori per questa potenzialità offerta dal nuovo standard.

Una possibile alternativa: Visual Radio

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Mentre la radio digitale (DAB) sta celermente (UK, Germania) o faticosamente (Italia) conquistando il suo ruolo, alcuni operatori di settori contigui al settore radio, ma sinora da esso separati, stanno proponendo un nuovo standard. Più che una alternativa secca al DAB potrebbe rappresentare una soluzione complementare, o una soluzione ponte.

Tutto nasce dai telefonini e dalla idea di alcuni produttori (Nokia in primo luogo, primo produttore al mondo nel settore) di inserire nei modelli destinati al pubblico giovane un ricevitore FM a sintesi digitale, e una cuffietta infraurale. Il telefonino diventa quindi in tal modo, con costo minimo, un sistema di intrattenimento utilizzabile in mobilità, alternativo al popolare walkman e ai suoi successori basati su CD e memorie stick per file MP3.

I modelli recenti di telefonini (per esempio il Nokia 7200) hanno ormai un sistema radio integrato e cuffie di ottima qualità, e permettono di sentire la radio, compatibilmente con la qualità delle stazioni emittenti, in modo assai soddisfacente.

Nokia 7200

Con il nuovo standard Visual Radio, ideato dalla Nokia e per il quale la Hewlett-Packard (HP) ha sviluppato i sistemi di gestione per le stazioni radio, viene integrata alla diffusione via etere in modulazione di frequenza (che rimane inalterata) la gestione di informazioni e comunicazioni. 

Via connessione telefonica (attualmente con standard GPRS, o GPRS potenziato - Edge - a breve con UMTS) vengono inviati sullo schermo del telefonino, in modo automatico, non sollecitato, oppure interattivo, dietro comandi e richieste dell'utente, informazioni quali il titolo e l'autore della canzone, informazioni sul DJ, foto dei cantanti, informazioni sui prossimi concerti in programma e quant'altro le radio inventeranno. E' un sistema bidirezionale, quindi interattivo, si possono organizzare sondaggi, inviare richieste di canzoni, inviare messaggi al conduttore. Ovviamente è possibile inviare anche messaggi pubblicitari e anche offerte scontate.

(a lato: il Siemens SX-1, telefonino, radio FM e lettore MP3)

Cosa c'è di nuovo rispetto al DAB e al vecchio RDS? La connessione, la efficacia e il legame con il commercio elettronico. L'invio di informazioni testuali è già possibile da tempo con l'RDS (Radio Data System), e le informazioni possono già diventare multimediali con il DAB, che supporta tecnicamente anche brevi filmati. La interazione è stata già realizzata artigianalmente da molte radio usando gli SMS e sistemi che li raccolgono su computer, li archiviano e li mostrano in sequenza ai conduttori in radio.

Quello che non è possibile sul DAB e sull'FM-RDS è la connessione esplicita degli ascoltatori, che continuano ad essere raggiunti in modalità "broadcast". Con Visual Radio invece l'ascoltatore deve connettersi, e quindi la stazione sa in ogni momento esattamente quanti ascoltatori ha. A differenza della radio su Internet (vedi dopo) questo sistema non impegna però la connessione (costosa) per la trasmissione, che avviene sempre con la economica tecnologia broadcast. Il canale di telefonia digitale GPRS (o UMTS) viene usato solo per i messaggi di servizio (informazioni sulla canzone ecc.) estremamente compatti e a costo marginale.

Un elemento fondamentale per le stazioni radio commerciali, che potranno superare tecniche di sondaggio dalla attendibilità comunque opinabile (Audiradio in Italia) e proporre agli inserzionisti l'esatto ammontare dell'audience, e potranno anche regolare l'offerta in base ai riscontri di ascolto.


Lo schema di funzionamento di Visual Radio

L'altro elemento distintivo è la efficacia e la utilità delle informazioni multimediali. Queste non sarebbero un di più di scarso interesse (o addirittura fonte di interferenza), come avviene nel DAB (il cui uso principale è in auto o a casa), ma un complemento fruibile e interessante, del tutto armonico con la tecnologia e la tendenza d'uso attuale del settore radiomobile, che vede affermarsi sempre più il multimediale (foto, videoclip, MMS).

Infine Visual Radio può aprire la porta (un'altra) al commercio della musica via rete. Infatti una delle funzioni che potranno essere realizzate con i telefonini UMTS (e in parte anche ora con GPRS-Edge) è lo scarico (download) di canzoni o videoclip direttamente sul telefonino, magari della canzone ascoltata o del videoclip ad essa associato, per fruirne in seguito in modalità walkman.
Per questo scopo il telefonino è uno strumento ideale, perché risolve tutti i problemi di pagamento elettronico (evidentemente il costo della canzone verrebbe detratto dal credito della scheda o dall'abbonamento) e perché può inglobare la funzione attualmente svolta dai lettori portatili MP3 basati su memorie stick.

Gli attori di questo nuovo ipotetico mercato dell'intrattenimento sono sostanzialmente tre, ma di primaria grandezza: Nokia, HP e Siemens.

Nokia ha sviluppato lo standard e ha messo in produzione il primo terminale adatto a Visual Radio (il Nokia 7700), assieme a HP ha sviluppato il software di supporto per le stazioni, e assieme hanno avviato il servizio in partnership con una popolare stazione finlandese (Kiss FM). Siemens è pronta ad entrare nel mercato con i suoi nuovi telefonini integrati per la musica (XP-1 e XP-2) dotati di ampia disponibilità di memoria e quindi utilizzabili come lettori MP3.

In Italia non esistono stazioni Visual Radio e non è neanche disponibile al momento il 7700 ma, a differenza del DAB, il passaggio a Visual Radio ha un impatto minimo, per le stazioni radio, rispetto a quello al DAB, è una funzione aggiuntiva che non modifica le attrezzature esistenti, si aggiunge solo una stazione trasmittente visual radio, la rete è già pronta ed è quella radiomobile digitale.

Nokia 7700

E' una tecnologia ponte destinata ad essere assorbita dal DAB o dalla radio su Internet? Teoricamente la rete UMTS potrebbe trasmettere anche la radio (come avviene attualmente su Internet) ma a costi comunque più elevati. La affermazione del DAB non cambierebbe la architettura di Visual Radio (semplicemente prenderebbe il posto della trasmissione broadcast FM, dovrebbero essere soltanto sviluppati ricevitori DAB abbastanza miniaturizzati da trovare posto nei telefonini, una sfida tecnologica sicuramente non difficile).

La domanda è quindi soltanto se i ragazzi (il target di età del nuovo servizio è 14-30 anni) troveranno interessante questa ulteriore possibilità di intrattenimento, e come si porrà rispetto al competitore, la musica digitale scaricata da Internet (iPod Apple e  lettori MP3 in genere).

Aggiornamenti primavera 2005: Nokia con i partner dell'iniziativa sta spingendo per una diffusione del nuovo sistema di intrattenimento. In primo luogo si sono aggiunte due ulteriori importante emittenti europee (Virgin Radio in UK e FFH Hit Radio in Germania) ed è stato siglato un accordo con il network USA Infinity Broadcasting, forte di 185 emittenti locali. In secondo luogo sono stati annunciati nuovi apparati, la serie N (come New), compatibili Visual Radio e molto altro (per esempio il Nokia N91 ha una memoria interna da 4GB e una connessione USB 2.0 per utilizzarlo come lettore MP3/WMA/AAC, in alternativa ai lettori fascia alta come Apple iPod.

 

La radio satellitare mobile: il nuovo standard USA

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Ma la radio via satellite è vincolata al decoder e alla sua localizzazione fisica? Assolutamente no, una evoluzione della tecnologia lanciata in USA da qualche anno da due operatori (XM Radio e Sirius) consente una distribuzione capillare dei ricevitori e anche l'uso in mobilità grazie a una rete di ripetitori al suolo che rilanciano il segnale trasmesso dal satellite nelle aree coperte. I ripetitori sono stati piazzati in modo capillare dai due gestori nelle aree di maggiore interesse commerciale: le zone urbane e soprattutto le autostrade.


La Tivoli Audio Satellite Radio

Questa tecnologia è particolarmente interessante negli Stati Uniti, dove nel settore radio esiste una situazione di monopolio da parte della rete Clear Channell (vedi dopo), ma con caratteristiche peculiari. Si tratta infatti di un enorme network di radio locali, mentre sono del tutto assenti radio FM o AM nazionali, a differenza di quanto avviene normalmente in Europa. Questo comporta che nei lunghi tragitti autostradali è impossibile rimanere sintonizzati sulle stazioni selezionate (prestazione consentita da noi in FM dalla tecnologia RDS: Radio Data System), e che viaggiatori che si recano in altri stati o città non possono ascoltare i loro programmi preferiti.

Questa anomalia è alla base del buon successo delle due iniziative, entrambe a pagamento, che hanno raggiunto nel 2005 i 10,3 milioni di abbonati (3,3 Sirius e 6 XM Radio), con una penetrazione quindi analoga, in percentuale, a quella della TV satellitare in Italia. Sono in commercio radio portatili, tuner da casa e persino  un modello specifico della formidabile Tivoli Audio (la migliore radio in produzione, diffidare delle imitazioni cinesi) e modelli car-audio della Alpine (Alpine CDA-9820XM), della Clarion, della Panasonic e molti altri. Sono anche disponibili adattatori super-compatti per le autoradio esistenti (in particolare per quelle montate di serie) che evitano la necessità di cambiare l'impianto.

XM Radio (evidente la allusione alla FM) trasmette (dati inizio 2006) su oltre 160 canali, dei quali circa 100 musicali, e Sirius su oltre 125 canali, dei quali 65 di musica. Entrambe le emittenti trasmettono senza pubblicità e quindi offrono un servizio del tutto alternativo alle radio commerciali (quindi essenzialmente Clear Channell, in USA) che punta alla qualità e alla indipendenza dagli inserzionisti.

I piani attualmente proposti prevedono abbonamenti intorno ai 13 $ / mese, con sconti progressivi per più ricevitori.

Il logo della emittente satellitare XM Radio

Potrà essere una alternativa, in Italia o in Europa, al DAB? E' improbabile, perché manca, da un lato, la spinta costituita dalla prestazione peculiare (canale unico nazionale) e dall'altro sono più elevati gli investimenti (ripetitori al suolo) a causa della diversa orografia del nostro continente (montagne e rilevi, quindi particolarmente difficile una eventuale applicazione in Italia) e della maggiore dispersione della popolazione in piccoli e medi centri.

Il futuro 3: la radio via Internet

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Come funziona la radio via Internet lo sa qualunque utente di un PC e di Internet Explorer, che propone nella schermata di default un menu di radio.
Sono normalmente mostrate un gran numero di stazioni, suddivise per genere e sotto-genere, con una scelta apparentemente molto vasta, secondo lo stesso schema di servizio disponibile via satellite.

L'ascolto e' in bassa fedeltà (audio compresso e qualità primitiva del sistema audio dei PC) e comporta un considerevole consumo di banda. In pratica e' possibile solo con connessioni ADSL e superiori, a tariffa flat. Nel caso di connessione a consumo i costi, per un ascolto prolungato, come e' tipicamente quello via radio, sarebbero non comparabili con gli altri mezzi concorrenti (FM e satellite). Se si utilizza la rete aziendale, l'IT manager potrebbe avere obiezioni a sprecare banda (che si paga comunque) per un utilizzo non legato al lavoro e per giunta sostituibile con qualsiasi radiolina FM. Di conseguenza l'ascolto, nella gran parte delle organizzazioni, e' bloccato con vari sistemi.

Da questo breve quadro emerge che la base dei potenziali utenti non e' molto vasta. Di conseguenza e' anche assai povera la offerta. Anche qui, come nel satellite, molte stazioni sembrano più che altro dei "placeholder", segnaposto in vista di un possibile e niente affatto certo boom del servizio, e risolvono il problema dei costi con i soliti "pizzoni" di brani che si ripetono ciclicamente. La stazione non e' quindi gestita da umani, ma da un computer, con l'attrattiva che può comportare interagire con una macchina.

Il Revox B760 del 1978

In sintesi sembra un uso potenzialmente interessante in un futuro di banda larghissima ed economicissima, e in presenza di programmi realmente interessanti, e di qualità (di trasmissione e di contenuti musicali) accettabile.

Al momento non si vedono molti investitori disposti a scommettere su questo mercato, che dovrebbe competere erodendo la raccolta pubblicitaria delle radio, in Italia gia marginale (intorno al 4%).

Da considerare poi l'aspetto non marginale dei diritti sulla musica trasmessa. Le radio commerciali solitamente non hanno questo problema perché trasmettono quasi esclusivamente materiale promozionale fornito dalle stesse case discografiche. Per il resto si affidano a rimborsi forfetari alla SIAE.

E' evidente che tale strada potrà essere perseguibile solo dopo aver raggiunto un discreto bacino di utenza e aver così acquisito introiti pubblicitari. In caso contrario potrà essere usato solo materiale libero: quindi essenzialmente musica classica e jazz anteriore a 50 anni da oggi.

Diverso il discorso per le radio no-profit, gestite da volontari. Qui il mezzo consente un ritorno alle radio libere anni '70, bassi costi di ingresso e grande libertà nella gestione dei contenuti (escluso quelli musicali, naturalmente).

Si tratta del fenomeno nascente delle web radio, emittenti super specializzate che sono listate per l'Italia, per esempio, da Yahoo.

Viene da chiedersi se avranno un riscontro comparabile alle radio libere degli anni '70 e se saranno rilevanti in ambito musicale come quelle.

Sul secondo quesito (la rilevanza in ambito musical) la risposta dovrebbe essere negativa, a parte il materiale non protetto per tutto il resto dovrebbe essere pagato il diritto di trasmissione alla SIAE, cosa ben difficile per radio senza introiti.
E' possibile che agli inizi le case discografiche chiudano uno o entrambi gli occhi, considerando l'audience estremamente modesta, ma l'evasione dei diritti resta.

Ma l'elemento audience e' da approfondire: e' possibile per una radio di questo tipo arrivare ad ascolti comparabili a quelli delle radio libere dei tempi d'oro? Tecnicamente sì, ed anche oltre, perché non ci sono più i limiti in ambito locale, anzi la trasmissione può arrivare in ogni parte del mondo, l'unico limite è la lingua. Ma la frammentazione di Internet e la enorme ampiezza e diversificazione della offerta rendono l'audience effettiva, e anche gli ascolti, inferiore a quella di una radio locale.

Un eccezionale tuner degli anni '80: il Revox B261

Cambierà questa situazione, qualcuna di queste radio internet, profit o non, si affermerà e diventerà nota al di fuori di un ristretto circolo di habitué o di navigatori casuali? Vale la stessa considerazione che si può fare per i portali: solo attraverso una feroce selezione e concentrazione. Ma i tempi della selezione non sono facilmente prevedibili, perché non obbligata da alcun vincolo esterno, come potevano essere i costi di gestione insostenibili, nel caso delle TV o delle radio private degli anni '70 e '80.

Restano da citare, ma solo di corsa, i rilanci di trasmissioni radio FM su Internet (segnaliamo Radio Rock  e TSF Jazz - in francese). Qui tutte le considerazioni di costo, diritti ecc. sono superate dal fatto che sono già stati risolti per la trasmissione primaria in FM. Internet e' in questo caso soltanto un potente mezzo di comunicazione alternativo che consente di ascoltare una emittente come Radio Rock, che trasmette musica non convenzionale nella zona di Roma, anche dall'altra parte del mondo.

La modulazione di ampiezza (AM)

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Il vecchio standard, il migliore disponibile negli anni '30 e '40, poi progressivamente soppiantato dalla modulazione di frequenza (FM) a partire dagli anni '50, che ci si aspetta sia in via di estinzione, almeno nei paesi evoluti.

A fronte di una minore qualità consente, grazie alle onde medie, una copertura maggiore e costi di impianto più bassi (a parità di copertura). Negli anni '70 sono stati fatti esperimenti per trasmettere sulla portante due canali e quindi diffondere in stereo, ma la competizione con la più performante FM li ha fatti abbandonare, almeno in Europa, prima della implementazione commerciale.

La qualità del segnale e la varietà delle trasmissioni in alcuni paesi europei (es. Germania) e' ancora adeguata (anche se non comparabile all'FM) e lo notiamo dal fatto che nelle autoradio, prodotte per più paesi, la banda AM è sempre presente. In Italia e' limitatissima (sia la qualità sia la varietà) e la intera banda AM sembra abbandonata. Se ne conoscono (o conoscevano) solo due usi: l'ascolto di stazioni radio di paesi confinanti (nord-africani o est-europei) da parte di immigrati di quei paesi e l'ascolto di Radio 3 RAI da parte di appassionati di cultura. Naturalmente Radio Tre si può ascoltare, meglio, anche in FM, ma molti appassionati di questa emittente pubblica, l'unica che si occupa di cultura musicale e di altre culture accuratamente evitate dai media commerciali (teatro, cinema, letteratura), si rivolgevano all'AM per superare l'affollamento disordinato e mai regolamentato dell'etere nelle grandi città, con conseguente frequente disturbo su Radio 3, o per l'ascolto in zone rurali o montane non coperte dalla FM.

Proprio questo ultimo uso e' stato recentemente (nel 2005) stroncato, tra le proteste degli ascoltatori, dalla nuova gestione della RAI, che, con motivazioni mai del tutto spiegate in modo esauriente, ha sospeso le trasmissioni in AM del terzo canale, ma ha mantenuto quelle del primo e del secondo canale, confermando, per i critici, un generale disinteresse per il mezzo radiofonico (per saperne di più: www.amicidiradiotre.it).

La filodiffusione

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Pare incredibile, ma la filodiffusione è ancora commercialmente disponibile, con numerosi abbonati e teoricamente aperta anche a nuovi contratti. Ma cos'è la filodiffusione e per quali scopi è stata sviluppata?

Si tratta di un antenato della TV via cavo e dell'ADSL, proposta congiuntamente dalla RAI e dalla SIP (ora Telecom Italia) negli anni '60 (l'avvio delle trasmissioni risale al 1958). Si riprometteva da un lato di superare i limiti di copertura della radio FM, utilizzando la rete telefonica (allora più capillare) e dall'altro di fornire programmi per una diversa fruizione, soltanto musicali, senza pubblicità, di maggiore qualità e orientati all'uso come sottofondo e sonorizzazione di ambienti. Per ottenere il servizio, che comprendeva l'apparato di ricezione in comodato d'uso, era necessario sottoscrivere un abbonamento aggiuntivo a quello telefonico.

Dal punto di vista tecnico la filodiffusione era basata su una codifica del segnale analogico radio che consentiva di veicolarlo sul doppino telefonico (in questo senso è simile all'ADSL) ed era realizzato con stazioni di trasmissione che collegavano gli studi RAI ad alcune centrali specializzate Telecom, e in apparecchi ricevitori casalinghi, che si collegavano all'attacco del telefono e diffondevano la musica con un proprio altoparlante o collegandosi all'impianto stereo. In tutto possono essere trasmessi 6 canali distinti, che da sempre sono utilizzati per le tre reti RAI, per un canale di musica leggera e per un canale di classica in stereo, che utilizza gli ultimi 2 canali.

Chi aveva attacchi telefonici in ogni stanza (abbastanza diffusi prima dell'avvento dei telefoni cordless) poteva realizzare con facilità in questo modo anche un impianto multi-room (che ha nei cavi di connessione il principale elemento di complessità, se non è previsto in fase di realizzazione o ristrutturazione dell'appartamento o del negozio). L'altro vantaggio era rappresentato dal suono stereo, all'epoca disponibile solo sulla filodiffusione (la RAI sulla FM lo renderà disponibile solo a metà degli anni '70).

La programmazione era ed è molto semplice, unicamente musicale e per genere nei canali specifici per filodiffusione. Nessuna pubblicità e nessun intervento in parlato, se non l'annuncio, all'inizio ed alla fine, dei brani trasmessi.

La filodiffusione oggi

Nonostante l'assoluta assenza di pubblicità (un tempo la filodiffusione era in evidenza nell'avantielenco degli elenchi telefonici Sip, le cosiddette "pagine bianche") e l'oblio caduto su questo sistema sin dagli anni '70 gli utenti non hanno abbandonato il servizio, che è ancora attivo, pressoché identico a quello degli anni '60, e vanta anzi un notevole numero di abbonati: oltre 300.000, un decimo degli abbonati Sky (non è noto però quanti degli abbonati utilizzino ancora il servizio o siano consapevoli di averlo ancora). Un numero non molto ridotto rispetto alla massima espansione degli anni '60 (535.000 abbonati).

L'affollamento dell'etere, la difficoltà di ricezione di Radio 3, la cronica carenza di musica classica in radio, e infine il costo (rimasto più o meno al livello degli anni '60: 17 Eurocent al mese, poco più di 2 € all'anno) rendono però paradossalmente di nuovo attraente la filodiffusione in Italia (o convincono gli abbonati attuali a riconfermarlo). Invece di andare avanti verso il futuro digitale potremmo quindi assistere ad un recupero di questa simpatica tecnologia vintage.

Per chi volesse attivare il servizio ora è necessario però premettere alcune avvertenze: 1) La qualità, pur se paradossalmente superiore a quella di molte stazioni FM, a causa delle interferenze e dello sconfortante livello delle trasmissioni, non può comunque considerarsi ad alta fedeltà (in particolare la banda è limitata a 7KHz);  2) la filodiffusione è incompatibile con l'ADSL (pare per scelta Telecom Italia);  3) la Telecom Italia boicotta in modo più o meno aperto il servizio (probabilmente non ci guadagnano nulla, anzi), così gli operatori del 187 ne ignorano, volutamente o meno l'esistenza;  4) il servizio è disponibile nelle centrali predisposte, e a quanto pare la situazione è rimasta cristallizzata agli anni '60, con una copertura incentrata attorno ai capoluoghi di provincia, e Telecom non pare abbia alcuna intenzione di estenderne la disponibilità. (Almeno, queste sono le osservazioni su Telecom che emergono dalle FAQ nel sito della RAI).

Sembra invece che La RAI abbia ancora un discreto interesse nel servizio, che effettivamente è un plus che altri player non hanno, i contenuti dei canali specifici sembrano ben curati e, anzi, in fase di aggiornamento, e sono unificati per la diffusione anche via Internet come Web radio e sul digitale terrestre, limitatamente al Canale 4.

Per saperne di più: RAI Filodiffusione

Uno sguardo alla situazione USA

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Si dice spesso che la realtà economica e di mercato USA anticipa quella europea. In effetti questo a volte avviene (mercato della televisione) a volte no (telefonia mobile). Nel mondo della radio la moltiplicazione delle stazioni e poi l'avvento delle radio commerciali ha visto sicuramente gli Stati Uniti precedere l'Europa e l'Italia, un tempo monopoliste, ma vede attualmente significative peculiarità. La liberalizzazione è entrata in una seconda fase in USA nel 1996, con il Telecommunications Act, siglato dall'allora presidente Bill Clinton, nel quale era sostanzialmente eliminato il vincolo sulla estensione nazionale delle stazioni radio.

La liberalizzazione completa ha quindi consentito l'acquisto di stazioni radio, la concentrazione, e in definitiva l'affermarsi di una situazione di monopolio. A metà del 2004 infatti il network Clear Channel, di proprietà della famiglia Mays e originario di San Antonio nel Texas, possedeva 1239 stazioni radio in 216 città degli Stati Uniti, raggiungendo un bacino di 100 milioni di ascoltatori. 

Clear Channel è entrata anche nel settore della musica dal vivo, dove controlla (sempre nel 2004) 103 anfiteatri negli USA, arrivando a gestire il 70 per cento degli eventi musicali del paese.

Un impero mediatico nato quasi per caso, quando il capostipite della famiglia, Lowry Mays, ricevette la proprietà di una stazione radio come risarcimento di un debito, nel 1972. Un gruppo economico i cui ricavi sono garantiti dalla vendita degli spazi pubblicitari (nel settore radio) e dalla vendita dei biglietti e degli spazi nel settore eventi. 

Da notare anche che nessuna delle radio del network diffonde sull'intero territorio federale, sono tutte radio locali o, al massimo, coprono l'area di uno stato. Una situazione quindi peculiare del mercato USA, completamente diversa da quella europea.

La gran parte delle radio del network Clear Channell sono musicali, quindi ci possiamo chiedere quanto un simile monopolista possa guidare i gusti degli ascoltatori e quanto sia interconnesso con le Majors, le grandi case discografiche.

Qui ci sono differenze con l'Europa. L'approccio di Clear Channel è esclusivamente orientato al business, i creatori dell'azienda non vengono dal mondo musicale (come alcuni famosi discografici quali David Geffen, Clive Davis della Virgin o altri boss delle case discografiche). L'unico criterio per la selezione della musica è "se funziona", cioè se aggancia gli ascoltatori alla stazione, mantenendo o aumentando il valore dello spazio pubblicitario.

(a sinistra, un classico tuner USA, il McIntosh MR80 del 1980)

Non sono quindi le case discografiche, in posizione di forza, ad utilizzare le stazioni radio come veicolo per la promozione dei propri prodotti considerati più profittevoli. E' il network radiofonico, in posizione di forza grazie al suo potere economico, a condurre una continua selezione, attraverso una valutazione che coinvolge in parallelo le stazioni principali, a determinare settimana per settimana la Top Forty di Clear Channell, i brani che funzionano di più a cui Clear Channell dà priorità, in altre parole la heavy rotation di Clear Channell.

E' evidente che il grande potere del network, che si estende anche alla musica dal vivo, ai concerti, quindi all'altra grande forma di diffusione e promozione, può condizionare pesantemente i gusti del pubblico, e soprattutto mettere veri e propri ostacoli e veti alle musiche (o agli artisti) sgraditi, o considerati potenzialmente in grado di far scappare il pubblico (e gli inserzionisti).

E' questo il motivo della protesta di molti artisti USA contro lo strapotere di Clear Channel. La situazione di monopolio è però paradossalmente migliore di quella europea, ed italiana in particolare. Il potere di Clear Channel funziona infatti come contraltare al potere delle Majors, bilanciandolo, e diminuendo il controllo sulle scelte musicali di queste ultime.

Aggiornamento (maggio 2005): nel corso del 2004 la situazione di monopolio nel settore ormai chiave dei concerti si è estesa dagli USA anche all'Italia, nel senso che la stessa Clear Channel semi-monopolista in USA ha acquisito un ruolo analogo in Italia. Questa evoluzione si ha avuta con la acquisizione, da parte della Clear Channel Entertainment, la divisione che si occupa degli spettacoli, delle due principali agenzie italiane: la Milano Concerti di Roberto De Luca e la Trident Agency di Maurizio Salvadori, con il controllo sostanziale di un mercato diventato centrale per i musicisti e il mondo della musica in generale, dopo la crisi del mercato del disco.

Si va verso qualcosa del genere in Italia? E' già accaduto nel settore televisivo con la concentrazione delle emittenti in un solo gruppo, Mediaset. La sopravvivenza e il ruolo commerciale della RAI, a capitale pubblico, sotto il controllo governativo (qualcosa di inesistente in USA) è stato il pedaggio che il monopolista privato ha dovuto pagare a suo tempo come contropartita per ottenere il via libera al controllo del mercato. Ed è ancora così.

Nelle radio esistono network nazionali e partecipazioni incrociate. Ma il mercato pubblicitario asfittico e marginale rende poco interessante per azionisti e investitori la faticosa costruzione di un monopolio. Operazione peraltro assai ostacolata dal perdurante far-west delle frequenze.

In sintesi, si prevede ancora per diversi anni una situazione di frammentazione, destinata a crescere con la progressiva affermazione delle radio DAB (probabile), delle radio via Internet (possibile) e via satellite (tutta da verificare) che probabilmente coesisteranno per un congruo periodo.

La PDP Radio 

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La grande forza del P2P è la massa critica, l'enorme numero di brani musicali (o di informazioni di qualsiasi genere) che si ottiene sommando le disponibilità dei singoli utenti. Come mantenere questa grande forza e contemporaneamente rispettare le leggi sui diritti di copia? E' questa la scommessa della P2P Radio, e del principale player in questo nuovo segmento della musica digitale, Mercora. Anche in questo caso, come in Napster, WinMX e simili, la musica la forniscono gli utenti che sottoscrivono il servizio, ma il download non è possibile, la musica può essere ascoltata solo in linea (streaming, come in radio) oppure registrata per un ascolto successivo, ma con limitazioni di tempo. Qualcosa quindi di abbastanza simile all'idea di base della licenza collettiva volontaria di Creative Commons.

L'analisi della nuova iniziativa è contenuta nella sezione dedicata alla diffusione della musica.

Revisioni

Febbraio 2007, 1

Aggiornamento sulla radio digitale: lo standard T-DMB e l'avvio della sperimentazione

Gennaio 2007, 1

Aggiornamento della situazione del DAB / La radio sulla DTT / La filodiffusione

Dicembre 2006, 30

Inserite schede separate per le trasmissioni storiche della radio: Per voi giovani, Alto gradimento, Bandiera gialla

Febbraio 2006, 18

Aggiornamento completo alla sezione sulla radio satellitare USA; corrette alcune inesattezze.

Ottobre 2005, 29

Sezione e link dedicato alla P2P Radio

Luglio 2005, 11

Situazione DAB

Maggio 2005, 7

Clear Channel in Italia (Uno sguardo alla situazione USA)

Maggio 2005, 1

Evoluzione nella offerta Visual Radio (contenuti e apparati)

Aprile 2005, 23

La situazione della radio in Italia ad oggi

Aprile 2005, 23

Il mercato della radio in Italia nel 2004

   

 © Alberto Truffi -  Musica & Memoria 2002 - 2007

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