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Beat anni '60. Le canzoni di protesta |
Gli anni '60 hanno visto la più importante svolta della musica del secolo 900, almeno la più importante per il tempo presente, dato che la musica rock e pop odierna è una estensione, prosecuzione e, spesso, citazione, della musica nata in quegli anni e poi evoluta verso i territori del jazz e della musica sperimentale negli anni '70.
Il primo movimento musicale di rottura degli anni '60 è stato il cosiddetto "beat", che viene impropriamente associato oggi a musiche estive, disimpegnate e ingenue. Allora suonava molto diverso e dirompente alle orecchie di ascoltatori abituati alla melodia e alla forma tradizionale della canzone. Nulla di strano quindi che anche nei testi si tentasse una rottura con la tradizione, in particolare la proposta di temi diversi da quelli tradizionali dell'amore e dell'abbandono.
Anche in Italia non sono mancati i tentativi di proporre canzoni di protesta, con tutte le cautele e le timidezze dettate dallo stretto controllo allora imperante sulla cultura e sulla radio-diffusione, e con i dubbi di rito sulla sincerità della proposta o sulla adesione alla moda del momento, tutti elementi che portavano a canzoni nel quale l'elemento di protesta poteva essere ridotto ad un accenno o poco più.
La linea verde, la linea gialla, la linea rossa / Il dibattito e le testimonianze / La RAI e la censura / Il fenomeno delle cover / I complessi beat / Testi e canzoni
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Alcuni esempi commentati |
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Canzoni manifesto |
Gli esempi più noti si devono ai complessi beat di maggiore seguito, Che colpa abbiamo noi dei Rokes, Come potete giudicare dei Nomadi, Manifesto beat dei Bit-Nik, brani che puntavano ad affermare il mondo dei giovani come alternativo a quello degli adulti, così come la canzone manifesto dei "capelloni", appunto I capelli lunghi di Gene Guglielmi. Sempre i Rokes di Shel Shapiro hanno proposto altri due classici del genere: E' la pioggia che va e Piangi con me (diventata anche un enorme successo in USA come Let's Live For Today). Dai Bit-Nik veniva invece più tardi un brano più concretamente di protesta, Realtà n.1. Non mancano altri numerosi altri tentativi in questo filone, iniziato dalla seminale Cominciamo a suonare le chitarre, della Equipe 84, come Libertà sorella del vento dei Vanguards o Capelloni dei Camaleonti o Inno dei Dik-Dik o, ancora sul tema delle chitarre e dei giramondo, Prendi la chitarra e vai dei Motowns. |
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Società e costume |
Uno sguardo orientato alla società caratterizzava invece il cantautore francese Antoine, con le sue Divagazioni di Antoine (adattamento italiano de Les elucubrations), L'alienazione (un brano ispirato nientemeno che alla scuola filosofica di Francoforte), La felicità, tutti adattamenti per l'Italia di brani proposti originalmente nella natia Francia. Un altro cantautore francese, Jacques Dutronc, ha trattato in modo ironico temi sociali e di costume con successi come Et moi, et moi, et moi e Mini, mini, mini, entrambi ripresi e adattati da Gene Guglielmi. A modo suo anche Adriano Celentano seguì questo filone, ma "dall'opposizione", con brani come Mondo in Mi 7a (che dava un colpo al cerchio e uno alla botte) e poi con Tre passi avanti, La coppia più bella del mondo, Chi non lavora non fa l'amore, che abbracciavano decisamente il punto di vista degli adulti, piuttosto che quello dei giovani di allora. Da citare anche i Giganti, con la loro celebre Proposta, un brano presentato a San Remo con buon successo. Più dissacrante e alternativo Un uomo rispettabile, dei Pops, trasposizione della celebre e dirompente A Well Respected Man dei Kinks. Non mancava una incursione nel proto-femminismo da parte di Evy con il R&B Domani il mondo sarà nelle nostre mani. |
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Il primo periodo di Caterina |
Anche Caterina Caselli nei suoi inizi come cantante beat ha frequentato i territori della canzone di protesta, con brani come Le biciclette bianche o Incubo n.4, e in fondo era un brano di protesta anche il suo successo planetario e intramontabile Nessuno mi può giudicare, e anche il successivo Il cammino di ogni speranza, presentato a San Remo nel 1967 in coppia con Sonny & Cher, prima di diventare una stella del pop e poi un manager discografico tra i più importanti nel nostro paese. |
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La guerra |
Non sono mancati esempi di brani più esplicitamente orientati a commentare la realtà, e in particolare il principale punto di crisi dell'epoca, la guerra del Vietnam, trattata efficacemente anche da cantanti normalmente considerati pop come Carmen Villani (Mille chitarre) o Gianni Morandi (C'era un ragazzo), e da vari complessi come i Giganti (La bomba atomica) o i Nomadi (L'atomica cinese, Noi non ci saremo, entrambe di Francesco Guccini) o i Jaguars (Il treno della morte). Un altro efficace interprete di questi sentimenti è stato Roby Crispiano, grande e dimenticato cantante beat, con il notevole brano Uomini, uomini. Crispiano ha anche interpretato, insieme ai Pooh nella loro prima formazione, una canzone sul terrorismo dell'epoca, Brennero '66. |
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Beatniks, capelloni e hippies |
Un altro filone era poi rappresentato da una precoce nostalgia sui tempi eroici del beat e dei beatniks, sulla loro vita randagia e sul ritorno ai ranghi, con brani come Era un beatnik (Le teste dure), Preghiera per un amico beat (Bit-Nik), Non far finta di no (Rokes), La lezione del capellone (Michel Polnareff), Hippy (Carmen Villani e Fausto Leali), L'abito non fa il beatnik (Evy). |
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La linea verde |
Non è mancato un tentativo di unire gli sforzi delle canzoni di protesta per tentare di farne una specie di movimento, era la cosiddetta Linea verde, sponsorizzata dal famoso paroliere Giulio Rapetti (Mogol) in un sincero tentativo di rifondare la canzone italiana. Da questa ispirazione sono nate canzoni esortative come Uno in più e C'è chi spera (entrambe di Riky Maiocchi), Il cammino di ogni speranza (Caselli), Occhiali da sole (Jonathan e Michelle). e la canzone manifesto La linea verde (Bushmen) |
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L'ecologia |
Ecologia e rispetto per l'ambiente sono stati un tema ispiratore cardine per le canzoni di protesta, non solo in Italia (basti pensare al basilare album What's Going On di Marvin Gaye), in Italia ha avuto sicuramente un iniziatore con Adriano Celentano e la sua celeberrima Il ragazzo della via Gluck del 1966, alla quale un Giorgio Gaber non ancora famoso e impegnato nel teatro-canzone contrappose un fiacco brano di "risposta", come era di moda allora (La risposta al ragazzo della via Gluck). La linea verde ereditò in Italia buona parte di quei temi, in coerenza con l'interesse sempre e coerentemente dimostrato per essi da Mogol e Battisti. |
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La linea rossa |
Dall'opposizione politica, cioè dal PCI, non mancò un tentativo di sfruttare l'onda creata dalle canzoni di protesta per recuperare un rapporto con i giovani, allora (prima del '68) piuttosto lontani dall'impegno politico; erano i dischi de La linea rossa, ovviamente del tutto clandestini per la RAI e quindi pressoché sconosciuti ai destinatari. Si impegnarono in questa iniziativa parecchi musicisti che ebbero poi un ruolo importante nella musica e nella cultura italiana, come Giovanna Marini (La linea rossa), Ivan Della Mea (Ciò che voi non dite, Io so che un giorno), Michele L. Straniero (Preghiera del marine), Paolo Ciarchi (Piccolo uomo). |
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